Clan Mazzarella, condanne in appello: sconto di pena per Donadeo e Bonavolta

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Nella serata di ieri, in Corte d’appello (terza sezione) di Napoli, è stata emessa la sentenza, in secondo grado, per il reggente del clan Mazzarella, Salvatore Donadeo «’O puzzolente»: quattro anni; mentre per Luigi Bonavolta tre anni. Una riduzione rispetto le condanne già inflitte. Entrambi sono responsabili di aver ferito (settembre 2015) Giovanni Rinaldi, figlio del boss Vincenzo, dell’omonima famiglia criminale che opera nel quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio.

I fatti.

Sarebbe stato un odore nauseabondo in un box a far scattare il raid punitivo nei confronti del giovane (all’epoca aveva diciannove anni), secondo le testimonianze. La sera del 17 settembre la vendetta dei Mazzarella contro la famiglia rivale. Nell’ordinanza cautelare, Donadeo, oggi quarantunenne (difeso da Salvatore Impradice e Mauro Zollo) è indentificato come il mandante mentre al suo complice Luigi Bonavolta, ventiquattrenne (il suo legale è Riccardo Ferone) gli è attribuito l’esecuzione materiale.

L’agguato contro Rinaldi, così come hanno ricostruito i carabinieri della compagnia di Poggioreale, si consumò alle 21,45 circa, mentre si trovava in via Pazzigno – zona a est della città – assieme ad un altro ragazzo. I due stavano commentando il litigio, per futili motivi, avvenuto qualche ora prima tra un ragazzo e un esponente della famiglia Reale. Così giunsero Donadeo e Bonavolta in sella a uno scooter scuro e si avvicinarono al ragazzo; Bonavolta scese impugnando la pistola ed esplose numerosi colpi.

Il processo

Intanto i due imputati furono arrestati il tre ottobre 2015. Il gup Giuliana Taglialatela nel processo di primo grado, con rito abbreviato, ha inflitto quattro anni a Bonavolta e per Donadeo, invece, cinque anni e otto mesi. Le motivazioni della sentenza furono: lesioni volontarie ai danni di Rinaldi, l’aggravante dell’articolo 7 (legge 203/1991) e detenzione di armi. Inoltre, a Donadeo, fu imputato anche l’arresto in flagranza; in quell’istante indossava un giubbotto antiproiettile e possedeva un’arma da fuoco.

In secondo grado, sempre con l’abbreviato, nell’ultima udienza, il procuratore generale nella breve replica ha chiesto alla Corte di considerare la sentenza emessa e i motivi per i quali i due pregiudicati sono stati condannati. In sostanza l’agguato non sarebbe scaturito soltanto da un semplice litigio ma da un vero e proprio regolamento di conti tra due clan rivali. Tuttavia, il giudizio finale ha cambiato direzione rispetto l’accusa.

 

 

 

© Copyright Mario Conforto, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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