ESCLUSIVA MARANO. Scuola San Rocco, 70 pagine che pesano sullo scioglimento di Marano: la storia dell’immobile D’Ambra e la scelta che i commissari hanno messo sotto esame. Terranostranews ci aveva visto giusto, ma piovvero pesanti critiche

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Dalla disdetta dei commissari alla sanatoria, dalla corsia preferenziale per il condono alla nuova locazione: la relazione di accesso che ha preceduto lo scioglimento del Comune di Marano dedica decine di pagine alla vicenda della scuola di via Castel Belvedere. E la questione, per gli ispettori, non sembra ridursi a una semplice controversia urbanistica. Nel mirino finiscono anche le scelte politiche, le interferenze tra indirizzo e gestione, il mancato utilizzo dei beni confiscati e la decisione di ricostruire un rapporto con un privato che la precedente gestione commissariale aveva invece deciso di interrompere.

Ci sono vicende amministrative che, prese singolarmente, possono apparire come una questione tecnica, un problema urbanistico, una difficoltà burocratica. E poi ci sono vicende che, quando vengono rilette tutte insieme, assumono un significato completamente diverso.

La storia della scuola San Rocco di Marano appartiene alla seconda categoria.

Nella relazione di accesso che ha preceduto lo scioglimento del Comune di Marano, la vicenda dell’immobile di via Castel Belvedere occupa uno spazio enorme: decine e decine di pagine, nell’ordine di 60-70, dedicate alla ricostruzione di atti, contratti, condoni, immobili alternativi, beni confiscati, decisioni politiche e determinazioni degli uffici.

Un’attenzione che già di per sé racconta quanto gli ispettori abbiano considerato rilevante la questione.

E soprattutto racconta una cosa: il caso San Rocco, nella lettura della commissione ispettiva, non è soltanto la storia di un edificio da mettere in regola. È la storia di una scelta amministrativa.

Una scelta che parte da lontano, attraversa quasi quarant’anni di storia urbanistica e arriva fino all’amministrazione guidata da Matteo Morra.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa politicamente significativa.

Un edificio abusivo utilizzato per decenni come scuola

Il dato di partenza è difficilmente contestabile.

L’immobile di via Castel Belvedere 3, sede storica della scuola San Rocco, era stato realizzato senza un titolo edilizio.

Nel 1986 furono presentate quattro istanze di condono ai sensi della legge 47/1985. Quelle pratiche rimasero pendenti per decenni.

Soltanto il 3 settembre 2024, dopo circa 38 anni, il Comune rilasciò quattro permessi di costruire in sanatoria.

Nel frattempo, però, quell’edificio era diventato una scuola.

Il rapporto contrattuale con il Comune risaliva agli anni Ottanta. Il primo contratto richiamato nella documentazione è del 1988, con un canone originario di 5 milioni di lire al mese, poi progressivamente adeguato.

Secondo la ricostruzione contenuta nella documentazione esaminata, fino al 2021 il proprietario avrebbe incassato dal Comune oltre un milione di euro complessivi, al netto degli adeguamenti ISTAT.

La questione urbanistica, dunque, non era un dettaglio.

Era conosciuta dagli uffici da anni.

Già nel 2017, durante un sopralluogo finalizzato alla rideterminazione del canone, il settore comunale aveva verificato l’assenza di un titolo edilizio ordinario e la presenza delle quattro vecchie istanze di condono ancora inevase.

La macchina amministrativa, tuttavia, non arrivò alla definizione delle pratiche.

Poi arrivano i commissari: basta con il fitto

La svolta arriva con la Commissione straordinaria.

Dopo lo scioglimento del Comune, i commissari decidono di non proseguire il rapporto locativo alla scadenza.

È un passaggio fondamentale.

La decisione non nasce soltanto da una valutazione economica. Nella ricostruzione contenuta nella documentazione, pesa anche il fatto che la sede di una scuola pubblica fosse ospitata in un immobile privato sul quale pendevano da decenni pratiche di condono edilizio.

La Commissione individua quindi una diversa strategia: non continuare a pagare un privato, utilizzare il patrimonio pubblico e, soprattutto, utilizzare beni confiscati alla criminalità organizzata.

È una scelta che ha anche un valore simbolico enorme in una città come Marano.

Tra le ipotesi vengono individuati la Masseria Galeota e, successivamente, gli immobili confiscati di via Puccini, tra cui gli ex uffici della SIME Costruzioni e i locali dell’ex Garden House.

Per gli ex uffici SIME vengono stanziati quasi 64 mila euro per gli interventi necessari alla loro utilizzazione.

La macchina amministrativa si muove: vengono trasferiti archivi, programmati interventi e studiate le possibilità di utilizzare i diversi immobili.

L’obiettivo è liberare il Comune da un fitto passivo e contemporaneamente trasformare un bene sottratto alla criminalità organizzata in un servizio pubblico.

È una precisa impostazione amministrativa.

Ed è proprio questa impostazione che, successivamente, viene abbandonata.

Con Morra cambia tutto

Nel 2023 si insedia la nuova amministrazione.

E la direzione cambia.

La scuola resta in via Castel Belvedere.

Il Comune torna a valutare il mantenimento dell’immobile privato.

Nel frattempo, però, la situazione contrattuale si complica.

Il proprietario, Evangelista D’Ambra, ottiene dal Tribunale di Napoli Nord la convalida dello sfratto per finita locazione.

La data fissata per il rilascio è il 1° luglio 2024.

Da quel momento il Comune si trova, secondo la documentazione, a occupare l’immobile sine titulo.

Seguono diffide, accessi dell’ufficiale giudiziario, richieste economiche e il rischio concreto di lasciare senza sede la scuola all’inizio del nuovo anno scolastico.

È qui che la vicenda entra nella sua fase più delicata.

La nota del sindaco sul condono

Il 18 marzo 2024 il sindaco Matteo Morra scrive al settore Urbanistica.

La richiesta riguarda le vecchie pratiche di condono dell’immobile.

Ma non è una richiesta generica.

Il sindaco chiede di procedere «con urgenza e con precedenza assoluta rispetto ad ogni altra pratica analoga» all’istruttoria delle istanze relative all’edificio.

È uno dei passaggi sui quali gli ispettori concentrano l’attenzione.

Il problema, infatti, non è soltanto stabilire se il condono fosse tecnicamente concedibile.

I tecnici comunali hanno sostenuto la correttezza del proprio operato e hanno ricostruito l’istruttoria sulla base della normativa, degli atti disponibili e delle procedure interne.

Ma la relazione non si ferma alla valutazione tecnica del condono.

Gli ispettori guardano alla cornice nella quale quel procedimento viene accelerato.

E la domanda diventa inevitabile: perché proprio quelle pratiche, pendenti da quasi quarant’anni, dovevano improvvisamente avere «precedenza assoluta» rispetto alle altre?

È qui che entra in gioco l’articolo 107 del Testo unico degli enti locali e il principio di separazione tra indirizzo politico e gestione amministrativa.

La questione posta nella relazione è quindi più ampia della legittimità finale del permesso di costruire.

Riguarda il ruolo esercitato dall’organo politico nel procedimento amministrativo.

Il condono arriva dopo 38 anni

L’istruttoria procede rapidamente.

Vengono richieste integrazioni, acquisiti documenti, calcolati gli oneri e svolte verifiche sulla consistenza dell’immobile e sulla sua storia catastale e urbanistica.

E il 3 settembre 2024 arrivano i quattro permessi di costruire in sanatoria.

Il Comune regolarizza dunque, sotto il profilo della sanatoria edilizia, una vicenda che aveva attraversato quasi quattro decenni.

Ma proprio l’istruttoria evidenzia altri elementi che la relazione mette sotto osservazione.

Le istanze originarie riguardavano consistenze catastali con destinazione prevalentemente abitativa e commerciale.

L’immobile, invece, veniva utilizzato come scuola.

La stessa documentazione tecnica ricostruisce come l’uso scolastico fosse già presente al momento della consegna dell’edificio al Comune.

E proprio per rendere possibile la permanenza della scuola si arriverà successivamente anche alla questione della deroga temporanea alla destinazione d’uso.

I 52.730 euro e le 30 rate

Un altro passaggio centrale è quello economico.

La proprietà chiede la rateizzazione degli oneri concessori per circa 52.730 euro.

La Giunta comunale, con deliberazione n. 45 del 25 giugno 2024, accoglie la richiesta prevedendo una rateizzazione fino a 30 rate.

Anche qui la relazione pone l’attenzione non soltanto sull’importo.

Il punto è il ruolo della Giunta e il carattere eccezionale attribuito alla misura.

Nel provvedimento si parla di interesse pubblico e della necessità di garantire la continuità scolastica.

Ma la misura viene inserita dentro una strategia molto più ampia: regolarizzare l’immobile e contemporaneamente preparare le condizioni per un nuovo rapporto di locazione con il proprietario.

Ed è questa concatenazione a diventare significativa.

Prima il condono.

Poi la rateizzazione degli oneri.

Poi la deroga alla destinazione d’uso.

Poi la transazione sull’occupazione senza titolo.

Infine la prospettiva di un nuovo contratto.

Dal vecchio contratto al nuovo contratto

È probabilmente questo il cuore politico della vicenda.

La Commissione straordinaria aveva deciso di chiudere il rapporto con D’Ambra.

L’amministrazione successiva, invece, decide di ricostruirlo.

Nonostante lo sfratto, nonostante l’occupazione senza titolo e nonostante l’esistenza di alternative patrimoniali individuate dalla precedente gestione.

Nel dicembre 2024 il Comune e D’Ambra arrivano a un accordo conciliativo.

Il Comune riconosce 18 mila euro per il periodo luglio-dicembre 2024 e ulteriori 3.600 euro mensili fino ad aprile 2025 come indennità di occupazione.

Contestualmente viene previsto il rinvio dell’esecuzione dello sfratto.

E soprattutto compare una frase destinata a diventare centrale nella vicenda: le parti concordano sulla necessità di arrivare a un nuovo patto locatizio, perché i tempi della futura costruzione di una nuova scuola non consentirebbero di garantire nell’immediato il diritto allo studio.

Il vecchio contratto era stato disdetto dai commissari.

Il nuovo rapporto viene invece costruito dall’amministrazione politica.

È questa la discontinuità che la relazione mette sotto osservazione.

E i beni confiscati?

Qui si apre il capitolo più delicato.

Perché nel frattempo il Comune aveva a disposizione un patrimonio confiscato alla criminalità organizzata.

Gli ex uffici SIME.

L’ex Garden House.

Strutture che la precedente gestione aveva individuato proprio per dare alla scuola una sede alternativa.

Per gli ex uffici SIME erano stati stanziati 63.947,38 euro.

Erano stati eseguiti lavori.

Erano state attivate utenze.

Erano stati trasferiti archivi.

Erano state programmate funzioni amministrative e scolastiche.

Poi il progetto si arena.

La dirigente scolastica subentrata nel 2022 rappresenta criticità relative agli immobili, tra cui infiltrazioni e problemi organizzativi.

Il Comune risponde indicando gli interventi da eseguire e invitando a procedere.

La questione, tuttavia, non viene definitivamente risolta.

Nel 2024 la scuola comunica di non voler utilizzare gli ex uffici SIME per concentrare l’amministrazione nella sede dell’ex D’Azeglio.

E così un bene confiscato, sul quale erano state già investite risorse pubbliche per renderlo utilizzabile, non diventa la soluzione definitiva della vicenda.

La Masseria Galeota e il fallimento di un’altra strada

C’è poi la Masseria Galeota.

La relazione ricostruisce una storia urbanistica e giudiziaria molto complessa.

Il Comune aveva disposto provvedimenti repressivi sugli abusi edilizi.

I provvedimenti erano stati successivamente annullati dal Consiglio di Stato nell’ambito dei giudizi promossi dagli interessati.

La strada della Masseria Galeota, quindi, diventa progressivamente impraticabile.

Questo elemento viene utilizzato dall’amministrazione per spiegare perché, nel 2024, non fosse possibile trasferire rapidamente la scuola.

Ma anche qui gli ispettori non sembrano fermarsi alla singola struttura.

La loro valutazione considera l’intero patrimonio immobiliare comunale e le alternative che erano state individuate nel tempo.

È una differenza fondamentale.

Non è una bocciatura del lavoro dei tecnici

Ed è proprio qui che bisogna evitare una semplificazione.

La vicenda non può essere raccontata come se la relazione avesse semplicemente stabilito che i tecnici comunali avessero sbagliato il condono.

Non è questo il punto.

I tecnici hanno sostenuto la correttezza delle loro istruttorie, richiamando la normativa applicabile, la documentazione acquisita e la giurisprudenza.

E il fatto che i quattro permessi di costruire in sanatoria siano stati materialmente rilasciati significa che l’amministrazione ha ritenuto sussistenti i presupposti per procedere.

Ma la relazione d’accesso compie una valutazione di ben altro respiro.

Gli ispettori non guardano soltanto al singolo atto tecnico.

Guardano alla sequenza.

Guardano al contesto.

Guardano alle decisioni politiche.

Guardano al patrimonio pubblico disponibile.

Guardano ai beni confiscati.

Guardano alla precedente decisione commissariale.

Guardano al rapporto con il proprietario privato.

Guardano all’intervento del sindaco sulle pratiche urbanistiche.

Guardano alla rateizzazione.

Guardano alla deroga urbanistica.

Guardano al nuovo accordo locativo.

E mettono tutti questi elementi in relazione tra loro.

È qui che torna la battaglia di Terranostranews

Ed è proprio su questo punto che Terranostranews, ben prima dello scioglimento del Comune, aveva sollevato interrogativi sulla scelta dell’amministrazione Morra.

Non si trattava, allora, di una semplice critica al fatto che la scuola dovesse trovare una sede.

Il problema posto era un altro: perché tornare a investire sul rapporto con un immobile privato dopo che una Commissione straordinaria aveva deciso di interromperlo e aveva avviato un percorso basato sul patrimonio pubblico e sui beni confiscati?

Perché tornare su via Castel Belvedere?

Perché accelerare una pratica di condono rimasta ferma per decenni?

Perché scegliere la rateizzazione degli oneri in quel momento?

Perché continuare a sostenere economicamente l’immobile?

Perché non portare a compimento il percorso avviato sugli immobili confiscati?

Erano interrogativi che questo giornale aveva posto quando ancora la relazione ispettiva non era stata resa pubblica.

E quelle critiche suscitarono reazioni politiche molto dure da parte di alcune ex consigliere comunali, che contestarono fortemente le ricostruzioni e le posizioni espresse da Terranostranews. Hanno avuto torto.

È un passaggio che va ricordato perché fa parte della storia politica della vicenda: le critiche del giornale non arrivarono nel vuoto, ma provocarono una risposta pubblica particolarmente netta da parte di alcune ex consigliere.

Oggi, alla luce della ricostruzione contenuta nella relazione di accesso, quei vecchi articoli assumono un significato diverso.

Non perché una relazione ispettiva possa essere considerata una sentenza sulle responsabilità individuali.

Ma perché gli stessi nodi che allora venivano posti sul piano politico e amministrativo risultano oggi esaminati dagli ispettori all’interno di una ricostruzione molto più ampia.

Il punto non è avere avuto torto o ragione sul condono

La vera questione, dunque, non è stabilire se il Comune potesse o non potesse, tecnicamente, sanare l’edificio.

È un problema molto più grande.

È capire perché l’intera macchina amministrativa sia stata orientata nuovamente verso quell’immobile.

Perché la scelta non riguarda un solo atto.

Riguarda una sequenza.

La priorità assegnata alle pratiche di condono.

La conclusione dell’istruttoria.

Il rilascio dei permessi in sanatoria.

La rateizzazione degli oneri.

La deroga alla destinazione d’uso.

La gestione dell’occupazione senza titolo.

La transazione con il proprietario.

La prospettiva di un nuovo contratto.

E, contemporaneamente, il progressivo abbandono delle soluzioni fondate sul patrimonio pubblico e sui beni confiscati.

È questa la concatenazione che rende la vicenda San Rocco uno dei capitoli più pesanti della relazione.

Il tema dei beni confiscati assume un significato particolare

A Marano non si tratta semplicemente di scegliere tra due immobili.

Utilizzare un bene confiscato significa restituire alla collettività un patrimonio sottratto a chi, secondo gli accertamenti giudiziari richiamati nella documentazione, lo aveva accumulato o utilizzato nell’ambito di vicende criminali.

È una scelta che assume un valore istituzionale particolare in un Comune segnato da precedenti scioglimenti per fenomeni di condizionamento della criminalità organizzata.

Per questo la mancata utilizzazione definitiva degli ex uffici SIME non è, nella relazione, una semplice questione logistica.

Diventa una questione di politica patrimoniale e di simboli istituzionali.

La precedente gestione aveva costruito su quei beni una parte della propria strategia.

L’amministrazione successiva ha seguito un’altra strada.

E gli ispettori hanno ritenuto necessario mettere questa discontinuità sotto la lente.

Il contesto criminale: attenzione alle conclusioni

C’è poi un ulteriore elemento che deve essere trattato con estrema cautela.

La relazione richiama il contesto criminale di Marano, le vicende giudiziarie che hanno interessato alcuni soggetti, i beni confiscati e le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore economico e immobiliare.

Ma il richiamo a precedenti giudiziari, rapporti familiari o alla provenienza di un bene confiscato non consente automaticamente di attribuire responsabilità penali all’amministrazione comunale o agli attuali proprietari dell’immobile di via Castel Belvedere.

Sono piani diversi.

Il punto degli ispettori, per come emerge dalla ricostruzione, è soprattutto un altro: in un territorio caratterizzato da una particolare esposizione al rischio di infiltrazione, le scelte amministrative relative a urbanistica, patrimonio, appalti, locazioni e beni confiscati devono essere accompagnate da un livello particolarmente elevato di trasparenza, tracciabilità e cautela.

Ed è proprio questo il livello sul quale la vicenda San Rocco diventa politicamente e amministrativamente rilevante.

La domanda che resta

Alla fine, dunque, la domanda non è se 151 bambini avessero bisogno di una scuola.

Naturalmente sì.

Né è possibile sostenere che un’amministrazione possa semplicemente chiudere una scuola senza avere una soluzione alternativa.

Il punto è quale percorso sia stato scelto per garantire quel diritto.

C’era un immobile privato.

C’erano quasi quarant’anni di condoni pendenti.

C’era un contratto che i commissari avevano deciso di non rinnovare.

C’erano beni confiscati.

C’erano risorse pubbliche già investite per adeguarli.

C’era una Masseria Galeota sulla quale si era concentrata una precedente progettualità.

C’erano altri immobili comunali.

E c’era, soprattutto, una nuova amministrazione che ha scelto di riportare il baricentro della soluzione proprio su quell’immobile privato.

È questo il dato che oggi emerge con maggiore forza dalla relazione.

Una scelta tecnica? No, una vicenda amministrativa complessiva

La tentazione sarebbe quella di ridurre tutto alla domanda: il condono era legittimo?

Ma sarebbe una lettura troppo semplice.

La relazione sembra invece suggerire un’altra chiave di lettura: il problema non è un singolo permesso di costruire, ma il sistema di decisioni che ha accompagnato quel permesso.

Il sindaco che chiede la precedenza assoluta su una pratica.

La Giunta che interviene sulla rateizzazione.

Il Comune che regolarizza l’immobile.

La deroga alla destinazione d’uso.

La transazione sull’occupazione.

Il nuovo rapporto locativo.

La rinuncia, o comunque il mancato completamento, di percorsi alternativi fondati sul patrimonio pubblico.

È la somma di questi elementi, più che il singolo atto, a costituire il vero oggetto dell’attenzione degli ispettori.

E qui la storia della scuola San Rocco smette di essere soltanto una storia urbanistica.

Diventa una storia di potere amministrativo, patrimonio pubblico, beni confiscati, rapporti con i privati e scelte politiche.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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