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Gentile redazione,
vi scrivo da un ospedale.
Sono qui da ieri, dopo essere stato aggredito mentre ero semplicemente a passeggio in Via Toledo, a Napoli, insieme ad alcuni amici.
E faccio ancora fatica a rendermi conto di quello che è successo.
Eravamo in quattro, tutti insieme. Con noi c’era una mia amica, una turista israeliana.
Stavamo vivendo una giornata normale. Una passeggiata. Una fotografia.
Lei ha tirato fuori una bandiera israeliana.
E improvvisamente quella normalità è finita.
Sono cominciati gli insulti.
Prima contro di lei. Poi contro gli altri ragazzi che erano con noi. Poi anche contro di me.
Insulti pesanti.
Eravamo tutti lì. Non ero un estraneo arrivato dopo. Ero con loro. E sono diventato anch’io un bersaglio.
La tensione è aumentata.
A un certo punto una persona si è avvicinata con l’intenzione di aggredire la mia amica.
Io non sono riuscito a stare fermo.
Eravamo insieme. Era una mia amica. E davanti a una persona che rischiava di essere aggredita io ho scelto di intervenire.
Ho cercato di fermare quella persona e di allontanarla.
E da quel momento è successo tutto.
Mi sono ritrovato circondato da quattro persone.
Quattro contro uno.
E sono stato aggredito.
Mentre tutto questo accadeva, era presente anche la Polizia Municipale. Per quanto ho potuto vedere, non è intervenuta per impedire che la situazione degenerasse nella violenza.
Non spetta a me stabilire eventuali responsabilità. Saranno le autorità competenti, se necessario, a ricostruire ciò che è accaduto.
Ma io quella scena non riesco a dimenticarla.
E non riesco a dimenticare nemmeno una cosa: ci sono video che hanno ripreso alcuni momenti della vicenda.
Non è quindi soltanto la mia parola.
Quel materiale può essere messo a disposizione della redazione e delle autorità competenti perché venga verificato e possa contribuire alla ricostruzione dei fatti.
Oggi sono qui, in ospedale.
E sono arrabbiato.
Sono arrabbiato perché non riesco ad accettare che una passeggiata possa trasformarsi in questo.
Sono arrabbiato perché una ragazza possa essere insultata per la sua nazionalità.
Sono arrabbiato perché io sia stato insultato e poi aggredito dopo essere intervenuto.
Sono arrabbiato perché tutto questo sia successo in una strada di Napoli.
Ma insieme alla rabbia c’è una tristezza che faccio ancora più fatica a spiegare.
Perché mentre ero lì, mentre mi trovavo in mezzo a quella violenza, ho pensato a mia nonna.
Mia nonna mi raccontava della violenza che avevano subito i suoi genitori negli anni Trenta.
Da bambino ascoltavo quelle storie e le sentivo lontanissime.
Storie di un’altra epoca.
Storie che appartenevano al passato.
Ieri, invece, per un istante, mi sono tornate tutte addosso.
Non voglio fare paragoni tra quello che ho vissuto io e le persecuzioni e le tragedie di quegli anni. Sarebbe ingiusto e sproporzionato.
Ma ho provato qualcosa che prima conoscevo soltanto attraverso i racconti di mia nonna:
la paura di vedere l’odio trasformarsi in violenza.
E quella sensazione mi ha fatto male.
Perché mia nonna mi raccontava quelle storie affinché io non dovessi mai vivere qualcosa del genere.
E invece ieri mi sono trovato a pensare proprio a quelle parole.
È per questo che sono arrabbiato.
Non soltanto per le botte.
Sono arrabbiato perché abbiamo una memoria.
Abbiamo storie di famiglie che hanno sofferto.
Abbiamo generazioni che ci hanno raccontato cosa può succedere quando l’odio smette di essere soltanto odio e diventa persecuzione, discriminazione, violenza.
E nonostante tutto questo, ancora oggi c’è qualcuno che pensa di poter insultare, minacciare o aggredire una persona perché appartiene a una certa nazionalità o perché tiene in mano una bandiera.
E voglio dirlo senza giri di parole:
una bandiera israeliana non è una provocazione.
Una bandiera non picchia nessuno.
Una bandiera non insulta nessuno.
Una bandiera non aggredisce nessuno.
Può non piacere. Può suscitare rabbia. Può essere oggetto di critiche politiche. È legittimo.
Ma se il semplice fatto di vedere una bandiera israeliana porta qualcuno a insultare, minacciare o aggredire una persona, allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Il problema non è la bandiera. Il problema è il pregiudizio verso chi quella bandiera la porta.
Si può contestare un governo.
Si può contestare una politica.
Si può protestare contro una guerra.
Si può manifestare contro uno Stato.
Si può dissentire.
Non si aggredisce una persona.
Mai.
La mia amica non stava dichiarando guerra a nessuno.
Stava facendo una fotografia.
E per una fotografia con una bandiera si è ritrovata insultata e minacciata.
Io sono intervenuto perché era una persona che conoscevo e che rischiava di essere aggredita.
E sono finito in ospedale.
Questo, per me, è il punto più terribile di tutta questa storia.
Quando una bandiera diventa una ragione per colpire una persona, non abbiamo più davanti una discussione politica.
Abbiamo davanti la violenza.
E la violenza non diventa accettabile soltanto perché qualcuno prova a darle una giustificazione politica.
Non esiste una bandiera abbastanza importante da rendere legittimo picchiare un essere umano.
È legittimo pensarla diversamente.
Potete essere di destra, di sinistra o di centro.
Potete avere idee opposte alle mie.
Potete criticare il governo israeliano, la politica israeliana, la guerra, il conflitto in Medio Oriente o qualsiasi altra scelta politica.
Potete manifestare.
Potete protestare.
Potete dissentire.
Ma non potete trasformare una persona nella sua nazionalità.
E soprattutto non potete trasformare il dissenso in violenza.
Perché quando il dissenso diventa violenza contro una persona, non è più politica.
Non è più confronto.
Non è più democrazia.
È violenza.
E davanti alla violenza non dovrebbe esistere una destra, una sinistra o un centro.
Davanti alla violenza dovremmo essere semplicemente persone.
Perché davanti alla violenza non vince nessuno.
Davanti alla violenza siamo tutti sconfitti.
Io non voglio odiare chi mi ha aggredito.
Non voglio vendetta.
Non voglio che questa storia diventi un’altra scintilla di odio.
Ma non voglio nemmeno stare zitto.
Perché stare zitto, dopo quello che è successo, mi farebbe ancora più male.
Voglio parlare per la mia amica.
Voglio parlare per me.
Voglio parlare per chiunque abbia mai avuto paura di mostrare chi è.
E voglio parlare anche per mia nonna.
Perché quelle storie che mi raccontava non possono essere soltanto ricordi di famiglia.
Devono essere una responsabilità.
Devono ricordarci dove può portare l’odio quando smettiamo di vedere davanti a noi una persona e cominciamo a vedere soltanto un’etichetta.
Israeliana.
Palestinese.
Italiano.
Ebreo.
Musulmano.
Cristiano.
Di destra.
Di sinistra.
Non importa.
Prima di tutto siamo persone.
E nessuna bandiera dovrebbe mai valere più della vita, della dignità e della sicurezza di una persona.
Sono triste perché avrei voluto che la mia amica potesse semplicemente scattare quella fotografia.
Sono triste perché avrei voluto tornare a casa dopo una normale passeggiata.
Sono triste perché oggi sono in un ospedale invece di essere semplicemente a casa con i miei amici.
E sono triste perché mia nonna mi aveva raccontato quelle storie proprio perché non dovessero ripetersi.
Ma sono anche determinato.
Perché non mi vergogno di essere intervenuto.
Non mi vergogno di aver cercato di proteggere una persona che era con me.
E non mi vergogno di dire che nessuno dovrebbe essere aggredito per ciò che è, per la propria nazionalità, per una bandiera o per le proprie idee.
Voglio una Napoli nella quale una turista israeliana possa passeggiare per Via Toledo, tirare fuori una bandiera per una fotografia e sentirsi al sicuro.
Voglio una Napoli nella quale possiamo litigare sulle idee senza trasformare le persone in nemici.
Voglio una città nella quale il dissenso rimanga dissenso.
E nella quale la violenza non venga mai considerata una risposta.
Non desidero rendere pubblico il mio nome.
Chiedo alla redazione di rispettare rigorosamente il mio anonimato e di non pubblicare, senza il mio consenso, elementi che possano consentire di identificarmi.
Dopo quello che è successo ho paura.
Non lo nascondo e non mi vergogno a dirlo.
Ho paura che rendere pubblica la mia identità possa esporre me o le persone che erano con me a ulteriori problemi, minacce o ritorsioni.
Per questo chiedo che la mia testimonianza venga eventualmente pubblicata senza nome e senza dettagli personali che possano permettere di risalire alla mia identità.
Sono però disponibile, in forma strettamente riservata, a parlare con la redazione e a fornire ulteriori informazioni, così come a mettere a disposizione i video disponibili, affinché possano essere verificati e, se necessario, consegnati alle autorità competenti.
Non chiedo che qualcuno mi creda sulla parola.
Chiedo soltanto che ciò che racconto possa essere verificato.
E chiedo soprattutto di poter raccontare quello che è successo senza dover avere paura di essere nuovamente identificato o preso di mira.
Non scrivo per diventare qualcuno.
Scrivo perché quello che è successo non venga dimenticato.
Scrivo perché non voglio che un’altra persona debba trovarsi in un ospedale per aver semplicemente scelto di non voltarsi dall’altra parte.
E scrivo perché, nonostante tutta la rabbia che ho dentro, non voglio diventare ciò contro cui sto protestando.
Io scelgo di non rispondere all’odio con altro odio.
Scelgo la memoria.
Scelgo la testimonianza.
Scelgo la dignità.
E scelgo di dire una cosa che dovrebbe essere semplice, ma che evidentemente dobbiamo ancora ripetere:
si può essere diversi, si può dissentire, si può discutere di tutto.
Ma davanti alla violenza siamo tutti esseri umani.
E davanti alla violenza siamo tutti sconfitti.
Cordiali saluti,
Un cittadino che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte


























