Il caso Ranucci: quando il giornalista diventa un caso di psicologia

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C’è una domanda che, nel caso di Sigfrido Ranucci, sembra più interessante di tutte le altre: quanto della sua incessante rappresentazione di sé appartiene al giornalismo e quanto, invece, al bisogno di costruire un personaggio?

Non è una domanda clinica. Nessuno, sulla base di dichiarazioni pubbliche, può diagnosticare a distanza una patologia o parlare seriamente di «megalomania» in senso psichiatrico. Ma si può parlare di tratti di autorappresentazione, grandiosità e centralità personale. E osservare come questi tratti emergano dal modo in cui Ranucci racconta il proprio lavoro, i propri nemici, le proprie battaglie e il proprio ruolo nella storia italiana.

Il risultato è talvolta singolare: il giornalista che dovrebbe essere il filtro attraverso cui il pubblico guarda i fatti sembra diventare egli stesso uno dei fatti più importanti da raccontare.

La costruzione dell’eroe

Moro, Piersanti Mattarella, Falcone, Borsellino. E Ranucci.

È difficile non notare la sproporzione retorica quando un giornalista inserisce la propria vicenda dentro una narrazione popolata dai grandi martiri e dai grandi conflitti della Repubblica. Non significa, evidentemente, equiparare le proprie vicende personali a quelle di chi è stato assassinato dalla mafia o dal terrorismo. Significa però costruire una precisa immagine di sé: quella dell’uomo che sta dalla parte della verità e che, proprio per questo, viene perseguitato dal potere.

È una struttura narrativa psicologicamente molto efficace.

Da una parte c’è l’Io: investigatore, coraggioso, indipendente, perseguitato. Dall’altra ci sono i poteri: la politica, i servizi, gli avversari, le querele, le minacce.

In mezzo, quasi sempre, c’è la propria eccezionalità.

Il rischio è che questa narrazione diventi impermeabile alla critica. Perché chi critica il giornalista non è più semplicemente qualcuno che contesta un servizio: può diventare, nella narrazione del protagonista, parte dell’apparato che tenta di zittirlo.

È un meccanismo perfetto per costruire un personaggio pubblico: ogni attacco diventa una conferma della propria importanza.

La persecuzione come certificato di grandezza

Ranucci ricorda frequentemente il numero delle querele ricevute, le pressioni subite, le minacce e i presunti tentativi di condizionamento.

Naturalmente, una minaccia è una minaccia e una pressione va accertata. Ma c’è una differenza enorme tra documentare l’esistenza di un conflitto e trasformare il conflitto in una componente permanente della propria identità pubblica.

Il primo è giornalismo.

Il secondo può diventare automitologia.

La formula è semplice: se mi attaccano, significa che sono arrivato troppo vicino alla verità; se mi criticano, significa che sto disturbando il potere; se ricevo querele, significa che il mio lavoro è efficace.

Ma questa logica ha un difetto: non consente mai di perdere.

Se una persona ti attacca, hai ragione perché sei scomodo. Se una persona ti difende, hai ragione perché hai consenso. Se una persona ti critica, dimostra che sei potente. È una narrazione che tende a trasformare qualsiasi evento in una conferma dell’importanza del protagonista.

È precisamente qui che il tema psicologico diventa interessante: non come diagnosi, ma come struttura del racconto di sé.

Palazzo Chigi e il piacere dell’ipotesi

Ancora più rivelatore è il rapporto con la politica.

Alla domanda su Palazzo Chigi, la risposta attribuitagli è: «Ancora no».

Una battuta, forse. Una provocazione. Una semplice frase.

Ma è proprio questo il punto: quando un giornalista viene accostato alla possibilità di diventare presidente del Consiglio, la risposta più naturale sarebbe chiarire se l’ipotesi lo interessi oppure no. «Ancora no» lascia invece aperta una possibilità e, soprattutto, lascia vivere il personaggio dentro quella possibilità.

E poi ci sono i sondaggi, le indiscrezioni, il possibile interesse politico, le domande sottoposte agli intervistati.

Non c’è nulla di illegittimo nel discutere di politica. Ma per un giornalista che dirige e conduce un programma del servizio pubblico la questione diventa delicata quando l’Io giornalistico comincia a occupare lo stesso spazio dell’Io politico.

Il punto non è sostenere che Ranucci voglia fare il premier. Non lo sappiamo.

Il punto è che sembra perfettamente consapevole del valore mediatico dell’ipotesi.

E una persona molto abile nel costruire la propria centralità pubblica può non avere bisogno di candidarsi davvero: può essere sufficiente restare permanentemente candidabile nell’immaginario.

Anche il lutto diventa autoritratto

C’è poi un’altra caratteristica della comunicazione di Ranucci: la difficoltà apparente a lasciare gli altri completamente al centro della scena.

Nel ricordare Francesco Guccini, per esempio, il ricordo del cantautore torna rapidamente a Report e alla propria esperienza professionale.

È un dettaglio, ma i dettagli sono spesso più rivelatori dei grandi proclami.

Il problema non è parlare di sé. È umano.

Il problema nasce quando ogni storia sembra offrire l’occasione per tornare alla propria storia.

È il meccanismo dell’autobiografia permanente: il mondo diventa materiale attraverso cui spiegare chi siamo.

La scelta: anche il privato diventa monumento

Lo stesso meccanismo può essere letto nel libro La scelta, dove Ranucci trasforma la propria esperienza personale in materia narrativa, compresi episodi sentimentali e sessuali.

Ancora una volta, non c’è nulla di illegittimo nel raccontare se stessi. Un romanzo può deformare, inventare, romanzare.

Ma quando il protagonista coincide con l’autore e l’autore coincide con il personaggio pubblico, la domanda diventa inevitabile: quanto è forte il bisogno di trasformare la propria vita in racconto esemplare?

Perfino la propria intimità diventa così un pezzo della costruzione del personaggio.

E qui torna la parola «scelta».

Il titolo sembra quasi descrivere una filosofia personale: io sono quello che sceglie, quello che resiste, quello che vede ciò che gli altri non vedono, quello che paga il prezzo della verità.

È una posizione psicologicamente potente.

Ed è anche una posizione che, se portata all’estremo, può diventare narcisisticamente autosufficiente: io sono il protagonista perché sono quello che combatte; e combatto perché sono il protagonista.

Report come estensione dell’Io

La questione più importante, però, riguarda Report.

Un programma del servizio pubblico dovrebbe essere una macchina collettiva di giornalismo. Ma attorno a Ranucci si è sviluppata una narrazione nella quale Report rischia di apparire sempre più come una sua estensione personale.

Sono state mosse critiche da ex collaboratori e consulenti sul peso esercitato da Ranucci nella scelta delle inchieste e sull’orientamento editoriale del programma. Sono state inoltre sollevate contestazioni su singoli servizi, sui rapporti professionali di alcuni collaboratori e sulle modalità con cui sarebbero stati selezionati o accantonati alcuni lavori.

Queste accuse non sono automaticamente vere e vanno verificate caso per caso.

Ma proprio per questo sarebbe utile che un programma abituato a mettere sotto la lente d’ingrandimento tutti gli altri accettasse una lente altrettanto potente puntata su di sé.

Perché il vero problema non è che Ranucci abbia un’opinione.

È che un giornalista che ha costruito una parte enorme della propria autorevolezza sulla capacità di smascherare gli altri dovrebbe essere particolarmente disponibile a spiegare i propri criteri, i propri rapporti e le proprie decisioni.

Il giornalista che non può avere torto

C’è infine un aspetto che riguarda il modo di reagire alla contestazione.

Quando il giornalista si presenta costantemente come vittima del potere, ogni critica rischia di assumere automaticamente il significato di un’aggressione.

È una dinamica pericolosa.

Perché la democrazia giornalistica funziona soltanto se esiste la possibilità che anche il giornalista abbia torto.

Non basta essere perseguitati per avere ragione. Non basta avere molte querele per essere nel giusto. Non basta essere applauditi dai magistrati per essere indipendenti. Non basta essere contestati dal governo per essere scomodi. E non basta che un’inchiesta faccia rumore perché sia un’inchiesta corretta.

Il giornalismo dovrebbe funzionare al contrario: più grande è la reputazione, maggiore deve essere la disponibilità a sottoporsi al controllo.

L’Io al centro di tutto

È questo, alla fine, l’aspetto più interessante del fenomeno Ranucci.

Non la sua collocazione politica. Non la simpatia o l’antipatia che suscita. Nemmeno la quantità delle sue battaglie giudiziarie.

È la costruzione progressiva di un personaggio nel quale giornalista, vittima, combattente, scrittore, protagonista televisivo e possibile uomo di governo finiscono per sovrapporsi.

Il rischio, per un personaggio costruito in questo modo, è che la realtà finisca per diventare soltanto il materiale necessario a confermare il racconto dell’Io.

Il potere è sempre fuori.

La ragione è sempre dentro.

I nemici confermano la propria importanza.

Gli applausi confermano il proprio valore.

Le querele confermano la propria scomodità.

Le candidature confermano la propria statura.

Le polemiche confermano la propria centralità.

E persino le critiche diventano, paradossalmente, pubblicità.

Non è necessario chiamarla megalomania. È sufficiente osservare il fenomeno per quello che è: una formidabile costruzione dell’Io pubblico.

Il problema nasce quando chi ha passato anni a spiegare agli italiani che dietro ogni potere bisogna cercare il potere nascosto dimentica una regola elementare dell’inchiesta:

prima o poi bisogna interrogare anche il protagonista. E se il protagonista sei tu, non puoi essere tu a scrivere tutte le domande e tutte le risposte.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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