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Ridevano sotto un portone, aspettando che qualcuno aprisse per entrare a una festa. Una serata qualunque, di quelle che iniziano senza pensarci troppo. Poi, all’improvviso, tutto cambia.
«È successo in pochi secondi», raccontano Giulia e Anna, 24 e 23 anni. «Non abbiamo capito subito. Abbiamo sentito gli spari, poi il dolore».
Erano in via Correra, nel centro storico di Napoli. Il portone si era appena aperto quando sono state colpite. Non erano nel mezzo, non stavano partecipando a nulla. Erano solo lì, di lato, in attesa. «La sensazione è che sparassero a terra, come per spaventarsi. E quei colpi sono rimbalzati».
Il corpo capisce prima della mente. Una fitta improvvisa, violenta. «Sembrava fosse esploso qualcosa sotto le gambe», dice Anna. Giulia invece prova a restare lucida: «Ho sentito una botta alla coscia e ho cercato subito di tamponare, di capire».
Si rifugiano dentro il palazzo. Gli amici corrono, qualcuno chiama i soccorsi. Il tempo si dilata. «Venti minuti che sono sembrati infiniti».
La paura arriva dopo, più precisa. Non tanto quella di morire, ma di restare segnate. «Ho pensato che avrei potuto perdere le gambe», ammette Anna. È un pensiero netto, che resta.
In ospedale, la realtà torna a essere concreta: ferite serie, ma nessun danno irreversibile. «Il proiettile ha attraversato il muscolo», racconta Giulia. «È andata bene, considerando tutto».
Eppure qualcosa resta sospeso. Non è solo lo shock. È la consapevolezza. «Ora ho paura per chi vive lì, per i miei amici. Perché può capitare a chiunque», dice Anna.
Non parlano di una città “più pericolosa” o “meno sicura”. Non cercano spiegazioni semplici. «Queste cose possono succedere ovunque», dice Giulia. Ma la sensazione, quella sì, cambia: «Di notte, per strada, non ci si sente mai davvero al sicuro».
E allora si torna alla normalità, o almeno si prova. Tra università, sogni ancora da definire e una domanda che resta aperta. «Cosa voglio diventare?», dice Anna. «Una persona libera

