“Cosa state facendo?”: tensione in sala operatoria, il cuore di Domenico compromesso già durante il prelievo. I medici austriaci per tre volte richiamano i napoletani

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“Cosa stai facendo? Cosa stai facendo?”. Per tre volte, in inglese, i chirurghi austriaci avrebbero rivolto questa domanda ai colleghi italiani durante il prelievo del cuore destinato al piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di 2 anni e 4 mesi morto dopo il trapianto.

È la mattina del 23 dicembre 2025, all’ospedale San Maurizio di Bolzano. Secondo la relazione acquisita agli atti, l’équipe del Ospedale Monaldi entra in sala operatoria alle 8.27. L’incisione avviene alle 9.43. Il cuore viene espiantato solo alle 11.25. L’intervento si conclude alle 12.24. Centodue minuti tra incisione e prelievo: un tempo considerato anomalo per una procedura che, di norma, si completa in 30-60 minuti.

È in quell’intervallo che, secondo gli accertamenti in corso, potrebbe essersi verificata la prima compromissione dell’organo.

I medici austriaci – due chirurghi e un perfusionista – si accorgono che le manovre stanno provocando un rigonfiamento del cuore. Si rivolgono a Vincenzo Pagano, cardiochirurgo del Monaldi, che traduce alla prima operatrice, Gabriella Farina. Ma il tempo passa. Il foro praticato appare insufficiente, la situazione non migliora. Anche fegato e reni iniziano a gonfiarsi.

A quel punto il cardiochirurgo austriaco decide di intervenire direttamente, entrando nel campo operatorio e clampando l’aorta per fermare la criticità.

Nella seconda relazione, il direttore del dipartimento di Bolzano, Michael Mayr, parla di “significative criticità operative” a carico del team di Napoli: dubbi sulla procedura seguita, dotazione tecnica incompleta con materiale refrigerante insufficiente e incertezze nella gestione dell’eparina.

“Non ho mai visto una cosa del genere”, avrebbe dichiarato ai Nas la dottoressa dell’ospedale di Innsbruck, seconda operatrice per il prelievo di fegato e reni, poi trapiantati con successo in Austria, Roma e Padova.

Ma il momento più delicato arriva dopo l’espianto. Il cuore, forse già danneggiato – sarà l’autopsia a chiarirlo – viene riposto in un contenitore di plastica. Ci si accorge però che il ghiaccio è insufficiente. Viene richiesto altro materiale refrigerante e un’operatrice consegna ghiaccio secco. L’organo, imbustato, viene ricoperto di anidride carbonica solida.

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