Marano, la prima volta del pentito Simioli nel processo più seguito. Un processo che sta riservando tante sorprese in extremis

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Il pentito Giuseppe Simioli, contrariamente a quanto descritto da qualcuno che lo aveva bollato come un personaggio taciturno e ombroso, oggi collegato in videoconferenza con l’aula 109 del tribunale Napoli nord, ha mostrato una certa dose di scioltezza e sicurezza nei racconti della sua carriera criminale e in relazione alle sue conoscenze con gli imputati del processo per cui è stato chiamato a testimoniare.

Simioli ha esordito confessando alcuni omicidi, reati legati al traffico di droga e riciclaggio e si è dichiarato, per anni, reggente del clan Polverino. Sicuramente dal 2011 fino al suo arresto, avvenuto nel 2017, come dichiarato in aula.

Su alcuni fatti e circostanze specifiche, le dichiarazioni del collaboratore sono apparse generiche, ma è altrettanto vero che Simioli è sembrato molto sicuro e chiaro nell’esposizione e descrizione dei contesti e delle relazioni (in senso lato) intercorse tra il clan Polverino e gli imputati, Mauro Bertini, Angelo Simeoli, Armando Santelia e i fratelli Cesaro.

L’escussione del collaboratore era stata richiesta dai giudici di Napoli nord proprio alle battute finali di un processo di primo grado che si trascina da circa tre anni e incentrato sui rapporti – anche di natura corruttiva – tra gli imputati.

“Tra i Cesaro e i Polverino, in relazione alla vicenda Pip di Marano, c’era un patto di affari. E’ stato Polverino Giuseppe a riferirmelo più volte. I Cesaro non sono stati vittima di estorsione, ma avevano un patto con Polverino. Una parte degli utili doveva essere messa nelle casse del clan. In un’occasione fummo contattati da esponenti del clan Mallardo di Giugliano, con i quali era in ottimi rapporti Sabatino Cerullo. I Mallardo ci chiesero di rinviare un pagamento che i Cesaro avrebbero dovuto fare a Polverino, ma proprio Polverino mi mandò a dire agli interlocutori di Giugliano, Mimì Ferrara e Francuccio ‘o Napolitano, che i Cesaro dovevano rispettare i patti. C’erano un accordo di natura affaristica tra i Cesaro e Polverino, ma hanno pagato anche per stare tranquilli sul territorio”.

Il pentito ha riferito a lungo anche su Angelo Simeoli, uno dei palazzinari di punta di Marano, e sull’ex sindaco Bertini, a lungo agli arresti domiciliari. “Bertini non lo ho mai conosciuto personalmente, ma so che nei primi anni di amministrazione non è sceso a patti con nessuno. Verso la fine del suo mandato, invece, ha avuto rapporti ottimi con gli imprenditori del mattone, in particolare con Antonio e Angelo Simeoli. Ha dato loro concessioni edilizie, credo in relazione alla vicenda della masseria del Galeota”.

Infine sui Angelo Simeoli: “Più volte l’ho visto interloquire con Polverino Giuseppe. L’ho incontrato tantissime volte e qualche volta anche nel ristorante a Marano, Villa Borghese, di sua proprietà; altre volte l’ho incontrato ai Camaldoli o in altri posti dove isolati dove ha discusso svariate volte con Polverino per questioni di affari e legate al mattone”.

Simioli ha anche riferito che era la prima volta che un inquirente gli chiedeva dell’affare Pip. Ricordiamo che Simioli è un collaboratore di giustizia da oltre due anni.

I giudici hanno sciolto anche una riserva e alla prossima udienza interrogheranno anche il pentito Giuseppe Ruggiero, neo collaboratore di giustizia, nonché per anni elemento apicale dei Polverino. Gli imputati, a vario titolo, sono accusati di corruzione e concorso esterno.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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