Marano, le proteste degli studenti del Carlo Levi: la docente Maria Moio difende i ragazzi: «Hanno bisogno di essere ascoltati, non giudicati»

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Gentile direttore, ho letto con interesse l’articolo dedicato alla manifestazione degli studenti del Carlo Levi e ho apprezzato il modo in cui è stato raccontato il loro impegno, sottolineando la scelta di manifestare senza occupare l’istituto, diversamente da quanto stava accadendo in altre scuole. Ciò che mi ha colpito, però, sono stati alcuni commenti comparsi sotto l’articolo. Commenti che definivano i ragazzi ignoranti, immaturi o interessati soltanto a perdere qualche ora di lezione. Da docente ed ex educatrice, sento il bisogno di condividere una riflessione. La scuola non ha il compito di valorizzare esclusivamente gli studenti migliori, quelli che possiedono già strumenti culturali, senso critico e consapevolezza. La vera sfida educativa è accompagnare nella crescita proprio chi ha ancora bisogno di essere guidato, ascoltato e stimolato.

Durante gli anni trascorsi come educatrice ho imparato che ogni ragazzo deve avere la possibilità di esprimersi e di crescere. Educare significa offrire opportunità, non distribuire etichette. Significa credere nelle persone prima ancora che riescano a credere in sé stesse. Per questo motivo considero quella manifestazione non solo un momento di protesta, ma anche un’importante esperienza di cittadinanza attiva. Una lezione concreta sul rapporto tra cittadini e istituzioni, sui diritti costituzionali, sulla partecipazione democratica e sul confronto delle idee. Vorrei raccontare un episodio accaduto proprio durante quella giornata. Mentre studenti e docenti manifestavano insieme, due ragazzi passavano continuamente in macchina nei pressi del corteo. A un certo punto uno di loro si è fermato e, guardandomi, mi ha chiesto: “Ma lei è un genitore?” Quando gli ho risposto che ero una docente, mi ha detto con stupore: “Ma i professori protestano?” Gli ho semplicemente risposto di sì e l’ho invitato a unirsi a noi. Per qualche minuto hanno continuato a passare intorno alla manifestazione. Poi sono scesi dall’auto e hanno deciso di partecipare. La cosa significativa è che quei ragazzi provenivano da un altro istituto dello stesso comune, una scuola che in quel momento era occupata.

Il giorno successivo anche gli studenti di quell’istituto hanno deciso di unirsi alla manifestazione. Non so se quell’episodio abbia avuto un ruolo in quella scelta, ma una cosa l’ho capita con certezza: i giovani non hanno bisogno di essere giudicati dall’alto. Hanno bisogno di adulti capaci di dialogare con loro, di coinvolgerli e di mostrare con l’esempio ciò in cui credono. Spesso sentiamo dire che i ragazzi non partecipano, non si interessano, non comprendono. Eppure, quando vengono ascoltati e resi protagonisti, sanno sorprendere. Per questo trovo ingiusto liquidare un’intera generazione con parole come “ignoranti” o “puerili”. Ogni volta che un ragazzo prende posizione, si confronta, pone domande o decide di partecipare, sta compiendo un passo nel suo percorso di crescita civile. I ragazzi non hanno bisogno di essere etichettati. Hanno bisogno di essere ascoltati, guidati e stimolati. Perché educare non significa scegliere i migliori, ma aiutare ciascuno a diventare la migliore versione di sé stesso. E forse, prima di giudicare i giovani, noi adulti dovremmo chiederci quale esempio siamo disposti a offrire loro.

Cordialmente.

Maria Moio, docente

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