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La città di Marano appare oggi come un laboratorio di fallimenti amministrativi, dove ogni tentativo di rilancio sembra essere predestinato a scontrarsi con una serie di ostacoli apparentemente insormontabili. Non si tratta più di semplici ritardi o inefficienze burocratiche, ma di una dinamica strutturale che trasforma ogni iniziativa in un naufragio annunciato, alimentando la percezione di una sorta di maledizione urbana. Questo scenario è sintomo di un declino che, da lento e progressivo, si è trasformato in una caduta libera, erodendo giorno dopo giorno la qualità della vita dei residenti.
LIl quadro dei problemi irrisolti è denso e variegato, toccando ambiti che spaziano dall’infrastrutturale al sociale. Il campo sportivo, un tempo cuore pulsante dell’attività giovanile, giace ora abbandonato al suo destino, simbolo di una gestione incapace di preservare il patrimonio comunale. Simile sorte tocca alla villetta San Castrese, chiusa da anni e diventata un monito silenzioso sulle potenzialità sprecate. A questi segni tangibili di abbandono si somma una crisi ambientale sempre più acuta, aggravata da una crescente indisciplina stradale: gli automobilisti, sempre più arroganti e impuniti, contribuiscono a rendere la convivenza civile sempre più difficile e pericolosa.
Le connessioni con il resto del territorio non fanno che accentuare il senso di isolamento. Il progetto per un collegamento su ruote con la Metro, annoso sogno di molti cittadini, è naufragato, lasciando la città priva di un asse di mobilità efficiente. Al contempo, manca una vera identità urbana: l’assenza di un’isola pedonale e di spazi di aggregazione dedicati ai giovani priva la comunità di punti di riferimento vitali, accelerando lo spopolamento l’invecchiamento demografico. Le attività commerciali, prive di un contesto urbano vivace, sono allo sbando, vittime di un circolo vizioso che scoraggia gli investimenti.
La crisi non è solo materiale, ma anche istituzionale. La vicenda del Palazzo di Giustizia, segnata da una serie di errori a cascata che hanno portato alla perdita del Tribunale, rappresenta l’epitaffio di una capacità decisionale compromessa. Non ultimo, il problema della scuola San Rocco, una delle concause dello scioglimento del Consiglio comunale.
Una storia che dura da 40 anni, quasi mezzo secolo, ma che non vede ancora la luce.
I commissari precedenti a questi avevano revocato il contratto di affitto e indicato come soluzione per la scuola media San Rocco i locali confiscati alla Sime, in località Cesina, ed avevano eseguito anche lavori di adeguamento per circa 60 mila euro.
La giunta Morra ritenne i locali non idonei e propose di stipulare un nuovo contratto di fitto con i vecchi proprietari, ignorando le direttive dei commissari. Il sottoscritto, insieme con il consigliere Savanelli, votò contro questa soluzione, che presentava molti punti critici.
Non c’era l’idoneità strutturale, che sarebbe stata fornita dai proprietari, mentre noi chiedevamo che fossero i tecnici del Comune a esprimersi sulla reale idoneità strutturale dell’immobile. Mancava, inoltre, la revoca della delibera dei commissari relativa al trasferimento della scuola di San Rocco nei locali confiscati alla Sime, nella Cesina.
L’amministrazione propose, in un primo momento, di espropriare dei terreni a San Rocco e costruire una nuova scuola, senza avere fondi e con un Comune in dissesto finanziario. Noi dicemmo no, perché si trattava di un progetto senza tempi definiti, senza finanziamento e che appariva alquanto aleatorio.
Nel frattempo, parte del territorio di San Rocco era stata inserita nella zona rossa dei Campi Flegrei, complicando ulteriormente i problemi.
In seguito, l’amministrazione propose di realizzare la scuola di San Rocco in un capannone nell’area PIP, affianco a un altro capannone che sarebbe stato utilizzato come deposito dei camion della raccolta dei rifiuti.
Io e Savanelli definimmo balzana questa proposta e dicemmo di destinare eventualmente i due capannoni al ripristino del mercato ortofrutticolo, come era nella vocazione dell’area industriale.
La nostra proposta per la soluzione della scuola di San Rocco fu quella di costruire, in tempi brevi, utilizzando prefabbricati in cemento, una scuola degna di tale nome, con palestre, mensa, biblioteca telematica e laboratori, su un terreno di 16 mila metri quadrati nei pressi della rotonda San Marco-San Rocco, in quanto questo terreno era già di proprietà comunale.
Ci sembrava, in tempi di vacche magre, la soluzione più realistica e con tempi certi.
L’amministrazione non ha mai voluto prendere in considerazione questa ipotesi.
Il risultato finale è che San Rocco continua a essere senza scuola media e gli alunni sono stati distribuiti nelle scuole medie Alfieri e D’Azeglio.
Intanto sono passati altri anni e siamo ancora all’anno zero.
La notizia da ragione a noi consiglieri che c’eravamo opposti a destinare la scuola di San Rocco nell’area PIP e rendere merito alla Commissione Prefettizia che sornionamente sta lavorando per il bene della comunità, smentendo chi voleva la scuola in un area industriale, confondendo gli alunni con sacchi di cemento o di materiale industriale, come da desiderio della giunta Morra e dei suoi accoliti.
L’effetto combinato di queste falle strutturali – dalla mancanza di servizi essenziali alla debolezza delle istituzioni – ha trasformato Marano in un caso emblematico di come una città possa perdere non solo la sua funzionalità, ma anche la fiducia dei propri abitanti in un futuro migliore.
Michele izzo

























