La revoca delle scorte a giornalisti – o presunti tali – che da anni non svolgono più un’attività concreta di denuncia o inchiesta è un segnale importante, a patto che sia guidata da criteri rigorosi e trasparenti. La protezione personale non è un privilegio, né tantomeno uno status symbol: è uno strumento straordinario che lo Stato mette in campo quando esiste un pericolo reale, attuale e documentato.
Negli ultimi anni, soprattutto a Napoli e nell’area circostante, si è diffusa la percezione di uno “scortificio” che ha finito per svilire il senso stesso di questa misura. In alcuni casi, la scorta è apparsa più come un elemento di visibilità che come una necessità operativa. Una deriva che rischia di danneggiare proprio chi, invece, lavora quotidianamente in contesti difficili, spesso lontano dai riflettori, portando avanti un giornalismo serio, scomodo e realmente esposto a rischi.
Esiste infatti un’Italia – e una Campania – fatta di cronisti che continuano a raccontare territori complessi, a denunciare illegalità e a dare voce a comunità fragili senza clamore mediatico. Professionisti che raramente finiscono al centro del dibattito pubblico, ma che incarnano il senso più autentico della professione. È anche per loro che il sistema delle scorte deve essere preservato e reso credibile. Ora si proceda alla revoca anche nei confronti di un provocatore seriale, che spesso mette a repentaglio la vita di chi lo assiste.
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