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La sconfitta di ieri contro la Bosnia è stata l’epilogo, non la causa. L’Italia resta fuori dai Mondiali e, come da copione, si scatena il tribunale popolare: tutti allenatori, tutti pronti a chiedere la testa di qualcuno. Ma fermarsi a nomi e colpe individuali è il modo più rapido per non capire nulla.
Il punto è un altro: questo è un fallimento strutturale.
Da anni il calcio italiano ha smarrito la sua funzione formativa. Nelle scuole calcio si insegna sempre meno tecnica individuale e sempre più tattica precoce, finalizzata al risultato immediato e, soprattutto, alla “valorizzazione” del giovane come prodotto. Molte realtà sono diventate vetrine di marketing più che ambienti educativi e sportivi. Si costruiscono squadre, non calciatori.
Scendendo di livello, il calcio dilettantistico rappresenta spesso una zona grigia: contesti difficili, pressioni eccessive, episodi di violenza, arbitri troppo giovani lasciati soli a gestire situazioni più grandi di loro. Un sistema così non accompagna la crescita, la ostacola. Non basta indignarsi: serve una riforma profonda o il coraggio di rifondare intere categorie.
Anche l’architettura dei campionati contribuisce al problema. Troppe squadre, troppe realtà non attrezzate per sostenere il livello richiesto. La dispersione del talento e delle risorse abbassa la qualità complessiva. Ridurre, selezionare, alzare gli standard: parole scomode, ma necessarie.
Sul tema degli stranieri si può discutere all’infinito, ma i margini di intervento sono limitati dai regolamenti comunitari. È un fattore, non la radice del problema.
E poi ci sono i club, spesso indicati come colpevoli. Ma qui bisogna essere onesti: le società investono milioni e fanno ciò che è nel loro diritto, ovvero tutelare i propri interessi. Non si può chiedere a chi paga di ragionare contro se stesso. Se il sistema non incentiva la crescita del talento nazionale, la responsabilità è del sistema, non di chi ci opera dentro.
La partita di ieri, in questo senso, dice poco e dice tutto. L’Italia ha giocato per quasi 80 minuti in inferiorità numerica e, nonostante questo, ha creato occasioni importanti. L’impegno non è mancato. Non ha senso trasformare la prestazione in un processo sommario né per l’allenatore né per i giocatori. Non siamo davanti a un gruppo svogliato o privo di dignità.
Siamo davanti a un movimento che non funziona.
Continuare a ridurre tutto a “chi deve dimettersi” è una scorciatoia sterile. Il problema non è Tizio o Caio. Il problema è come il calcio italiano pensa se stesso: nella formazione, nelle categorie inferiori, nell’organizzazione dei campionati.
Finché non si avrà il coraggio di mettere mano a queste fondamenta, ogni eliminazione sarà raccontata come una sorpresa. Ma non lo è. È la logica conseguenza di anni in cui si è preferito gestire l’esistente invece di riformarlo.
Il resto, davvero, sono solo chiacchiere da bar.

