Non è solo il dolore a parlare. È la rabbia. È la sensazione di essere stati ingannati, tenuti all’oscuro, illusi mentre un bambino lottava tra la vita e la morte. Dopo sessanta giorni di agonia attaccato all’Ecmo al Monaldi di Napoli, Domenico si è spento all’alba. E sua madre, Patrizia, oggi non chiede consolazione. Chiede verità.
“Ci hanno preso in giro. Ci hanno mentito per troppo tempo, nascondendo tutto”. È questa la ferita che brucia quanto e più della perdita. La convinzione che qualcosa, quel 23 dicembre, non sia stato raccontato fino in fondo. Che la famiglia non sia stata messa nelle condizioni di sapere, capire, scegliere con piena consapevolezza.
Sessanta giorni sono un tempo lunghissimo per una macchina che può reggere poche settimane. Sessanta giorni di bollettini, di speranze appese a un filo, di parole rassicuranti che oggi suonano come promesse vuote. “Voglio sapere cosa è successo. Voglio che si faccia chiarezza. I responsabili devono uscire fuori e pagare”.
Accanto a lei il marito Antonio, distrutto, attraversato da una rabbia che non riesce a contenere. In casa ci sono altri due figli da proteggere, mentre fuori cresce un’ondata di solidarietà che però non basta a colmare il senso di tradimento.
La decisione di interrompere le cure e avviare la terapia del dolore è arrivata quando non c’era più nulla da fare. Patrizia è rimasta accanto al figlio fino all’ultimo istante, finché il macchinario si è spento. Ma oggi la battaglia si sposta altrove: nelle aule dove si dovrà accertare la verità.
Intanto il lutto si trasforma in impegno. Nascerà un’associazione che porterà il nome di Domenico, primo passo verso una fondazione che aiuti le vittime di malasanità e i bambini in attesa di trapianto. Un modo per impedire che altre famiglie si sentano, un giorno, tradite e lasciate sole.
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