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Colleghi,
oggi non vi parlo solo da medico. Vi parlo da amico di Peppino.
E vi parlo con un dolore che non riesco a trasformare in silenzio.
È passato un mese da quando è stato ricoverato d’urgenza per perforazione del colon. Sappiamo tutti la sua storia: la paura della colonscopia, il sospetto fondato di rettocolite ulcerosa, il quadro poi compatibile con malattia infiammatoria cronica intestinale, quel pioderma gangrenoso che non era artrite psoriasica ma manifestazione sistemica. Gli immunodepressori, le sepsi post-operatorie, il sistema immunitario distrutto.
Ma non voglio fare un’analisi clinica.
Voglio fare un’analisi morale.
Peppino non era “un letto”. Non era “una stanza”. Non era “un caso complesso da dimettere”.
Era un medico. Uno di noi. Uno che ha visitato generazioni di pazienti sul territorio, che ha fatto notti, reperibilità, certificati, telefonate infinite. Uno che conosceva per nome le famiglie.
Eppure, nel momento della fragilità, è stato trattato come un numero.
La dimissione in quelle condizioni. Il silenzio. La difficoltà ad avere informazioni. Il sentirci quasi di intralcio quando chiedevamo aggiornamenti. E poi, il giorno dopo, l’insufficienza cardio-respiratoria da polmonite bilaterale, il 118, l’ennesima corsa.
Non è solo rabbia. È delusione.
Perché se noi, che apparteniamo alla stessa comunità professionale, veniamo percepiti come fastidio quando chiediamo chiarezza, allora c’è qualcosa che si è rotto nel modo in cui viviamo la medicina.
Noi medici di medicina generale siamo il primo presidio. Siamo la memoria clinica dei nostri pazienti. Siamo quelli che li vedono prima e li rivedono dopo. Non possiamo essere considerati culturalmente inferiori o marginali nel percorso di cura.
La medicina territoriale non è una medicina minore.
È la medicina della continuità, della relazione, della responsabilità nel tempo.
Peppino oggi non c’è più.
Ma il modo in cui è stato accompagnato negli ultimi giorni ci deve interrogare.
Non per creare conflitti sterili.
Non per puntare il dito.
Ma per pretendere – con dignità e competenza – rispetto istituzionale, comunicazione trasparente, integrazione vera tra ospedale e territorio.
Se vogliamo onorare Peppino, dobbiamo essere migliori come sistema.
Dobbiamo insegnare ai più giovani che scienza ed empatia non sono alternative. Che la competenza non giustifica l’arroganza. Che nessun medico, quando diventa paziente, deve sentirsi solo o di troppo.
Peppino era uno di noi.
E uno di noi merita sempre di essere guardato negli occhi, ascoltato, accompagnato.
Facciamo in modo che la sua storia non sia solo un dolore, ma una svolta.
© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews

























