Vestito da donna, con una parrucca nera, un filo di trucco e sandali bianchi ai piedi. In braccio un bambino di nemmeno due anni, per non destare sospetti. Così era travestito Jorlan Alves da Silva, 33 anni, quando la polizia lo ha arrestato a Mulungu, nello Stato di Paraíba, una zona depressa nel nord-est del Brasile.
Era ricercato per 15 o 16 omicidi, commessi come sicario di un’organizzazione criminale. Ne ha confessati 80, dicono i media brasiliani: il primo assassinio compiuto a soli tredici anni. Se la cifra sarà confermata, si tratta del killer più sanguinario nella storia del Paese: superando i 71 delitti accertati di Pedro Rodrigues Filho, noto come il “Dexter brasiliano”.
L’arresto arriva al termine di un’operazione di polizia durata quarantotto ore e chiude una caccia all’uomo iniziata circa venti giorni prima, quando a Rio Tinto da Silva era riuscito a fuggire dopo uno scontro a fuoco, nascondendosi tra campi e villaggi rurali. Il suo piano di fuga è fallito per via di un dettaglio: il vestito scuro, troppo scollato, ha lasciato scoperto un tatuaggio sul petto. Un tatuaggio che la polizia brasiliana conosceva bene.
Le autorità sostengono che abbia commesso almeno quindici omicidi solo negli ultimi tre mesi. Il capo della polizia locale, Douglas Garcia, dice che sul numero totale di ottanta omicidi confessati possono esserci margini di errore: ma la cifra reale non sarà molto diversa.
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