Youssef non era un ragazzo qualunque: era un diacono copto attivo nella piccola comunità ortodossa di La Spezia. Lo chiamavano tutti «Aba», serviva in chiesa, indossava la tunica liturgica, cantava i salmi antichi, tendeva la mano a chi era in difficoltà. La sua famiglia era fuggita dall’Egitto proprio per le persecuzioni continue contro i copti: attentati in chiesa, sgozzamenti, chiese bruciate, donne molestate, accuse di blasfemia per zittirli. Venivano qui per trovare pace, libertà religiosa, sicurezza. E invece muore sgozzato in un’aula dell’Istituto Einaudi-Chiodo, con un coltello da 20 cm piantato nel petto.
Al funerale nella cattedrale di Cristo Re: liturgia copta autentica, inni in copto e arabo, preghiere scandite, incenso, bara bianca avvolta di fiori, comunità in lacrime che pregava in più lingue. Migliaia di persone, palloncini colorati in cielo, applausi commossi, lutto cittadino, minuto di silenzio in tutte le scuole italiane. Un frammento di cristianesimo martire trapiantato qui – e spento con violenza.
L’assassino: Zouhair Atif, 19 anni, origini marocchine.
Estrae il coltello nascosto nei pantaloni, una coltellata secca e fatale. Confessa freddamente: «Vendetta per quelle foto con la ragazza». Gelosia adolescenziale, ok. Ma piantatela di fare gli ingenui: le fratture cristiani-musulmani radicate nel Medio Oriente non spariscono al confine. Sono veleno che può infiltrarsi anche solo come eco culturale, risentimento atavico. Negarlo per non «generalizzare» è complicità morale.
Il Tempo
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