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Cinque settimane dopo la vittoria alle elezioni regionali in Campania, Roberto Fico resta uno dei pochissimi governatori – insieme ad Antonio Decaro – a non aver ancora varato la giunta. Con una differenza sostanziale: Fico è stato proclamato prima e quindi il ritardo pesa doppio. Il termine ultimo è fissato per la prima seduta del Consiglio regionale, ma il presidente appare immobile, paralizzato, ostaggio di veti incrociati e pressioni continue. Altro che regista della nuova stagione politica: sembra un figurante trascinato da partiti, correnti e movimenti civici, soprattutto quelli che orbitano attorno all’universo di Vincenzo De Luca.
Il vero macigno sul tavolo resta Fulvio Bonavitacola. Attorno al fedelissimo “uomo ombra” dell’ex governatore si gioca la partita più delicata e più rivelatrice. Per De Luca non esistono alternative: Bonavitacola deve esserci, punto. E non solo in giunta, ma con deleghe pesanti, a partire dall’Ambiente, già saldamente nelle sue mani fino a poche settimane fa. I deluchiani non trattano, impongono. E Fico subisce.
Il paradosso è tutto politico: Bonavitacola è uomo di De Luca ma formalmente esponente del Pd, lo stesso partito guidato in Campania da Piero De Luca, figlio dell’ex presidente. Un sistema chiuso, autoreferenziale, in cui i giochi di potere si consumano sempre negli stessi salotti. Altro che discontinuità.
Il “tengo famiglia” campano non si ferma qui. Sullo sfondo c’è anche la partita per la presidenza del Consiglio regionale, dove il nome di Massimiliano Manfredi, fratello del sindaco di Napoli, sembra godere di una corsia preferenziale. In alternativa resta Maurizio Petracca, altro dem irpino forte di un notevole consenso personale. Anche qui, tutto dipende da come e se Fico riuscirà a sciogliere il nodo Bonavitacola.
Una cosa, però, appare ormai evidente: Roberto Fico non comanda nulla. Non guida, non decide, non imprime una direzione. È prigioniero dei partiti, succube dei De Luca, incapace di esercitare l’autorità che il voto popolare gli ha consegnato. Più che un presidente sembra un arbitro senza fischietto. Non è un caso, ma una scelta: quella di non disturbare gli equilibri, di non rischiare, di restare fermo. Come l’asino di Buridano, bloccato tra due opzioni, Fico rischia di consumare il suo mandato prima ancora di iniziarlo. Politicamente, è già in affanno.

