Dal 1970, anno della nascita della Regione Campania, a oggi, la politica locale ha offerto un copione degno della migliore commedia all’italiana. Tra duelli, pacificazioni culinarie e alleanze improbabili, ciò che resta è il sapore amaro di una stagione finita — e il retrogusto stantio di una che stenta a cominciare.
Fu memorabile, ad esempio, la disfida tra De Mita e Gava per il controllo del nascente potere regionale, seguita anni dopo da quella tra lo stesso De Mita e Antonio Bassolino, che lasciò Palazzo San Giacomo per puntare alla Regione. Il compromesso tra i due, mediato nientemeno che da un vescovo — monsignor Nunnari di Nusco — non fu suggellato in un austero colloquio spirituale, ma attorno a un barbecue, con capretto arrosto e vino locale. E come osservò qualcuno: “Gesù fece le cose migliori a tavola”.
Quel compromesso politico, ironico e sagace, segnò il ritorno in campo di De Mita — mai coinvolto in Tangentopoli, ma politicamente appannato — e il rafforzamento di Bassolino con i voti delle aree interne. Erano personaggi controversi, certo. Ma rispetto alla mediocrità odierna del panorama politico locale e nazionale, sembrano fuoriclasse.
Il presente, invece, è il teatro dell’assurdo. Tutto comincia nel marzo 2023, quando Elly Schlein, dal palco de “La Nuvola”, lancia la sua rivoluzione: “Basta con cacicchi, patroni, padrini e capibastone!”. Un attacco diretto, neanche troppo velato, a Vincenzo De Luca, vero totem – o bersaglio – della nuova linea dem.
Il Pd campano si schiera: guidato dal giovane Sarracino, il partito celebra la fine dell’era deluchiana con parole altisonanti. “Scriveremo una nuova storia”, proclama. Si profetizza un rinnovamento radicale. E per mesi si parla solo del “dopo De Luca”, con il nome dell’ex presidente della Camera Roberto Fico come nuovo volto progressista della Regione.
Ma la rivoluzione si arena — tra veti incrociati e retromarce clamorose. Perché De Luca, che può piacere o meno, conosce la politica e sa come piegarla. Alle accuse risponde con sarcasmo e fendenti: definisce “nullità” i suoi avversari e ricorda che “solo gli imbecilli fanno carriera nel Pd”.
Stanco del gioco al massacro, pone le sue condizioni per non sabotare la candidatura Fico. Una mossa da leader ombra, anticipata da queste colonne: De Luca lascia, ma vuole restare. E, di fronte al rischio di perdere la Regione, anche i più accesi rottamatori tornano sui propri passi. Marco Sarracino, l’alfiere del rinnovamento, arriva a dire: “A De Luca o lo facciamo contento, o ci fa perdere la Regione”.
Una resa evidente. E una domanda inevitabile: non era già stata persa, politicamente e moralmente, sotto lo stesso De Luca?
Così si chiude — forse — l’ennesima farsa in salsa campana. E riecheggia l’amara ironia di Ferdinando II che, vedendo le nuove divise dell’esercito borbonico, ammoniva il figlio: “Puoi farle di tutti i colori, ma questi scapperanno sempre davanti al nemico”.
Non è solo una questione di nomi. È il fallimento di una classe dirigente che, incapace di aprire una nuova stagione, si rifugia nei compromessi e nei “tarallucci e Fico”. Mentre la Campania attende ancora una vera alternativa.

























