Pomigliano, Giugliano e Marano: il silenzio sugli scioglimenti è assordante. Il Viminale temporeggia, i cittadini si chiedono perché

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C’è un’attesa che si fa sempre più strana nei comuni di Pomigliano d’Arco, Giugliano e Marano. Tre territori dell’area metropolitana finiti sotto osservazione per possibili infiltrazioni camorristiche. Tre amministrazioni passate al vaglio delle commissioni d’accesso inviate dalla Prefettura di Napoli. E tre dossier – corposi, articolati, pieni di elementi critici – che da settimane, in alcuni casi da mesi, giacciono sul tavolo del Ministero dell’Interno. Ma da Roma tutto tace.

Il caso più eclatante è quello di Pomigliano, dove l’accesso si è concluso a marzo. La relazione è stata trasmessa da mesi al Viminale, ma nessuna decisione è ancora stata comunicata. Eppure, secondo quanto trapela, gli elementi raccolti dalla commissione d’accesso, ascoltata anche a Roma, appaiono chiari: anomalie gestionali, condotte dubbie e profili critici nell’attività amministrativa. A rafforzare quel quadro, ci sono ulteriori inchieste aperte sull’operato del sindaco Raffaele Russo, condotte dall’autorità giudiziaria, che avvalorano quanto già emerso nel lavoro ispettivo. Il silenzio istituzionale, in questo contesto, appare ancora più ingiustificato.

Anche Giugliano è sotto i riflettori. La commissione ha chiuso i lavori, il dossier è completo, e le inchieste – alcune delle quali affidate alla Direzione Distrettuale Antimafia – toccano settori centrali dell’amministrazione comunale. Eppure, proprio in questo clima sospeso, si è consentito lo svolgimento delle elezioni comunali. Una scelta che lascia perplessi: se i sospetti erano fondati, perché non intervenire prima? E se non lo erano, perché tanto silenzio adesso?

Su Marano, va chiarito che la relazione della commissione d’accesso è già stata completata e trasmessa da settimane al Ministero. Un documento di oltre 450 pagine, che ricostruisce in dettaglio criticità amministrative, anomalie gestionali e possibili condizionamenti esterni. A margine di questo lavoro, esistono anche indagini giudiziarie parallele, che tuttavia sono ancora in fase embrionale. Ma ciò non toglie che il quadro delineato dagli ispettori prefettizi sia già sufficientemente chiaro per giustificare una presa di posizione tempestiva.

Di fronte a tre dossier così ricchi di contenuti e a un contesto giudiziario ben delineato – anche se con differenti livelli di maturazione – l’attesa del Ministero dell’Interno è difficilmente spiegabile. Il sospetto – fondato – è che si stia attendendo il “momento giusto”, valutando anche aspetti politici. Ma ciò rischia di snaturare il senso stesso del procedimento: lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non è una scelta politica, è (o dovrebbe essere) un atto tecnico, basato su documenti, relazioni e riscontri oggettivi.

Ancora più grave è il silenzio della politica. Nessuna interrogazione parlamentare, nessuna presa di posizione, nessun confronto pubblico. Come se parlare di commissioni d’accesso, relazioni prefettizie e camorra fosse diventato un tabù da evitare.

Eppure, su questo terreno si gioca la credibilità dello Stato. O si ha piena fiducia nel lavoro delle commissioni, che operano con rigore e discrezione, oppure si abbia il coraggio di riformare una legge che oggi si presta a troppe zone grigie. La discrezionalità nell’attuazione del procedimento di scioglimento sta alimentando sospetti, sfiducia, e una sensazione diffusa di abbandono istituzionale.

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