Urbano Cairo, nel presentare i nuovi palinsesti di La7, ha accennato quasi con pudore a un sogno segreto: portare un po’ di sport sul canale. Poi, però, è tornato rapidamente al porto sicuro dell’infotainment duro e puro. Altro che sport: il colpaccio è un altro. Si chiama Nicola Gratteri, e non sarà più soltanto l’ospite d’onore, riverito e acclamato, dei talk show della rete. Ora è ufficiale: il procuratore-showman avrà un programma tutto suo in prima serata. Titolo: Lezioni di Mafie. Al plurale. Niente “antimafia”, che sarebbe troppo generico (e forse troppo istituzionale). No, qui si fa didattica. Masterclass in crimine organizzato, direttamente dalla cattedra del pm più televisivo d’Italia.
Che La7 fosse diventata una sorta di seconda casa per Gratteri si era capito da tempo: presenza fissa nei talk più seguiti, monologhi da salotto, standing ovation implicite da conduttori e pubblico. Più che un magistrato, ormai sembrava un opinionista con toga incorporata, specializzato in moniti civili e bacchettate morali. Il programma, dunque, è solo la naturale evoluzione di un processo in corso: la trasformazione di un procuratore della Repubblica in volto di rete, un po’ Saviano, un po’ Travaglio, ma con il crisma della toga.
Ma la televisione è solo una parte del racconto. Chi segue da vicino la figura di Gratteri sa bene che da anni porta avanti una fitta agenda parallela di presentazioni di libri e partecipazioni a eventi pubblici, in particolare in contesti vicini a movimenti e associazioni culturali spesso orbitanti attorno al Movimento 5 Stelle. Libri scritti quasi sempre con Antonio Nicaso, una vera e propria macchina editoriale: ogni volume è seguito da decine di appuntamenti in tutta Italia — sale piene, applausi a scena aperta, una narrazione sempre uguale ma mai stanca, in cui la mafia viene raccontata con tono grave e paternalistico, come se il pubblico fosse un eterno scolaro da redarguire.
Tra palchi, librerie, scuole, convegni e adunate civiche, Gratteri è ormai un’istituzione ambulante, che passa con disinvoltura dalla procura alle proloco, dal tribunale alle trasmissioni in prima serata. In questa continua esposizione, però, qualche domanda sorge spontanea: può un magistrato in servizio avere un’agenda pubblica che somiglia così tanto a quella di un politico o di un influencer? È legittimo, certo. Ma è opportuno?
Il rischio, neanche troppo nascosto, è quello di una commistione di ruoli che mette in difficoltà proprio quel principio di terzietà e riservatezza su cui dovrebbe poggiare la credibilità della magistratura. Non si tratta solo di stile, ma di sostanza: quando un pm diventa una presenza fissa nei talk, scrive best seller, presenta libri in contesti politicamente schierati e infine ottiene una trasmissione tutta sua, non è più solo un magistrato. È, a tutti gli effetti, un personaggio pubblico. E come tale, inevitabilmente, anche divisivo.
E Gratteri non è nemmeno un caso isolato. Tra magistrati napoletani iper-presenzialisti nelle trasmissioni sportive (sì, sportive: perché il calcio è sempre un ottimo pretesto per lanciare messaggi civili, etici e magari pure giuridici) e toghe diventate habitué dei talk pomeridiani, la televisione italiana sembra aver trovato nei pm una nuova categoria di opinionisti residenti. Con la differenza che, a differenza di attori e giornalisti, questi parlano con l’autorità di chi può mandarti in galera.
La7 intanto si conferma il laboratorio ideale per queste operazioni di ibridazione tra informazione, divulgazione e spettacolo. Se Enrico Mentana rappresenta la garanzia di continuità giornalistica, Gratteri è il volto nuovo della “giustizia spiegata in TV”, con tanto di musiche drammatiche e grafiche da docuserie. Altro che sport, davvero.


























