Antonio Laronga, magistrato pugliese con 29 anni di carriera alle spalle, ha rinunciato a candidarsi alla direzione della procura di Foggia, territorio, oggi, tra i più insidiosi e, forse, tra i più infiltrati d’Italia.
Il magistrato, che ha svolto per anni il ruolo di aggiunto, ha spiegato al Corriere della sera il motivo della sua scelta e le sue parole, chiare, nitide e precise, ci hanno fatto riflettere e non poco. “A Foggia, ancor più della crescita criminale, c’è stato un vero e proprio tracollo etico e morale della società civile”.
Laronga non si riferisce alle segnalazioni, alle notizie di reato che arrivano in Procura, ma a quelle che non arrivano. Si riferisce, in particolare, ai comportamenti che restano fuori dal perimetro del codice penale ma che dicono tutto di una società che ha ormai smarrito ogni limite. Zone grigie, malaffare, la società civile non reagisce, anzi si adegua.
Le parole di Laronga possono essere esportate in altri contesti e noi, che operiamo e scriviamo prevalentemente nel complesso e intricato contesto di Napoli nord, sappiamo bene che la situazione è identica anche dalle nostre parti. La camorra, la mafia hanno fatto danni enormi, saccheggiando i territori, devastandoli con il cemento, tra gli anni Ottanta e Novanta, e anche da qualche anno a questa parte, o riversando nei territori fiumi di cocaina e hashish. La camorra, è noto, ha condizionato la politica, tante amministrazioni comunali, ma da qualche tempo la situazione è peggiorata, è sfuggita di mano.
Non che prima non vi fossero interferenze o che le cose andassero meglio, ma oggi assistiamo a un perfezionamento del fenomeno criminale, di cui i cittadini, spesso, non hanno contezza.
Il comune denominatore è l’affare, sotto forma di appalto, affidamento e soprattutto di tangente. La mazzetta è diventata sistema e i politici, i più furbi, hanno capito che non vale la pena trattare direttamente con i camorristi. I politici, quelli che tanti giornaletti locali ammirano e sostengono, anche indirettamente concedendo loro spazi, interviste e prestandosi al giochino del silenzio dinanzi a fatti eclatanti, oggi fanno da sé. Telefoni spenti, incontri lontani da occhi indiscreti, funzionari e tecnici impiegati per il lavoro sporco e loro, alle spalle, a raccogliere o condividere i frutti.
La corruzione è sistema e in tanti hanno trovato il modo, complici funzionari e tecnici di altissima levatura criminale e professionale, di fare la cresta su lavori o ottenere, grazie a sistemi poco trasparenti come Me.Pa. e altre diavolerie, prebende e soldi.
Tutti sanno, in alcuni enti, tutti sanno e tutti tacciono. Chi non partecipa al banchetto non parla o si accontenta delle briciole.
Il tracollo morale è anche questo. Ed è abbinato al tracollo della società civile, che un tempo si indignava dinanzi a certe pratiche. Oggi, invece, il furbo, il corrotto, il colluso con una certa imprenditoria, quella deviata e di stampo mafioso, è esaltato, osannato e preso ad esempio. Talvolta, lo ripetiamo, certi sistemi così ben elaborati non vengono nemmeno compresi.
La camorra, un tempo non lontano, decideva e gli altri si adeguavano. Oggi la camorra si è trasformata e non si avvicina direttamente agli amministratori: il giochino è eseguito da professionisti, tecnici, consulenti, imprenditori, amici, “fratelli” di sindaci, consiglieri e assessori. Sono loro che hanno rapporti con l’imprenditoria deviata o con esponenti del malaffare. E’ cambiato tutto, insomma, e le forze di polizia e magistratura, ad oggi, sembrano non avere gli strumenti adeguati per fronteggiare questo nuovo modo di fare. Servirebbe un salto di qualità, anche sotto il profilo delle indagini, ma le prospettive – su questo versante – non sono rosee. Quello che si riesce ancora a fare è frutto della costanza o intuizione di qualche singolo: un pm, un comandante di una caserma, un investigatore o di qualche giornale che ancora fa le pulci ai potenti. Il resto è noia e piattume.



























