Il processo che vede imputati l’ex sindaco di Marano Mauro Bertini, i fratelli Aniello e Raffaele Cesaro e l’imprenditore edile Angelo Simeoli continua a regalare colpi di scena. E’ di due giorni fa la notizia del ritorno in libertà, seppur con l’obbligo di firma, del palazzinaro da tutti conosciuto come “Bastone”. Il 79 enne era ai domiciliari dal gennaio del 2020 ed è ritenuto dai magistrati della Procura di Napoli un imprenditore vicino al clan Polverino. Simeoli è tuttora invischiato in quattro diversi processi. Uno di questi, che si celebra a Napoli nord, vede imputati anche Aniello e Raffaele Cesaro, fratelli del senatore forzista Luigi, e l’ex sindaco di Marano Mauro Bertini, a lungo esponente di Rifondazione comunista, Comunisti Italiani e l’Altra Marano.
E’ un procedimento giudiziario nato a margine dell’inchiesta sull’area Pip di Marano, il cui processo è andato in archivio nei mesi scorsi. Simeoli risponde del reato di corruzione. Medesimo capo di imputazione anche per i fratelli Aniello e Raffaele Cesaro, mentre Mauro Bertini – sindaco di Marano dal 1993 al 2006 e negli anni successivi consigliere comunale di opposizione – è accusato di concorso esterno con il clan Polverino e corruzione aggravata in concorso. L’inchiesta trae origine da alcune vicende amministrative del Comune di Marano: il caso Pip (l’area industriale realizzata dalla società dei Cesaro), l’acquisto di Palazzo Merolla (uno storico immobile acquistato dal Comune di Marano da una società di San Cipriano d’Aversa, poi confiscata dallo Stato) e l’abbattimento di un’antica masseria (Galeota), al posto della quale sorsero (senza una concessione edilizia) svariati appartamenti, box e negozi.
Cosa è accaduto negli ultimi giorni?
Angelo Simeoli ha reso spontanee dichiarazioni al pm inquirente, precisando alcuni passaggi contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare. In sostanza, Simeoli ha ammesso – in relazione alla vicenda del Pip di Marano – di aver monetizzato tre assegni dei fratelli Cesaro, per un importo di circa 37 mila euro, e di averli poi dati all’allora sindaco Mauro Bertini, a saldo di un’ulteriore cifra (50 mila euro) che sarebbe stata versata in contanti dagli stessi Cesaro all’ex sindaco. Una tangente, secondo quanto dichiarato dagli stessi Cesaro e secondo quanto ipotizzato dalla pubblica accusa.
L’affare Pip.
Il noto palazzinaro ha confermato, inoltre, di esser stato sul punto di rilevare l’affare Pip dalla società dei Cesaro, la Iniziative industriali di Sant’Antimo, che si era aggiudicata il bando emanato dal Comune all’inizio degli anni Duemila. L’accordo sarebbe saltato, secondo quanto dichiarato dal costruttore, poiché i Cesaro avrebbero chiesto una cifra molto elevata, una cui parte da versare in maniera occulta, ovvero senza alcuna tracciabilità. Il 79 enne si sarebbe rifiutato poiché in quel momento non sarebbe stato in grado di ottemperare alle richieste della controparte. Di tale vicenda si è a lungo parlato anche nel processo-madre, quello sull’area industriale, quando uno dei testimoni riferì di essersi recato a casa di Simeoli “poiché tutti a Marano sapevano che il Pip lo avrebbe dovuto gestire lui”. Fu il Simeoli a riferire al teste che l’affare sarebbe stato gestito dai Cesaro per non attirare le attenzioni della magistratura, in quel periodo molto attiva sulle operazioni imprenditoriali dei due rami della famiglia, quella di Angelo e del cugino Antonio.
Masseria Galeota.
Il palazzinaro, difeso dall’avvocato Silvio Auriemma, ha anche riferito sulla vicenda della Masseria del Galeota, abbattuta in una sola notte dalle ruspe di una sua società, e ammettendo di aver raggiunto un accordo (illecito) con una persona in particolare. Il nome non è ancora noto. Si tratta, per il caso Galeota, di un’ipotesi di reato per fatti risalenti ad oltre 16 anni fa e che potrebbe pertanto essere prescritto.
Cosa accadde per il Galeota?
Accadde che la società di Simeoli, nell’estate del 2004, presentò una semplice Dia al Comune di Marano. La masseria sorgeva su un suolo agricolo (non vincolato dalla soprintendenza ma con catalogazione da parte del Comune di Marano come struttura di pregio) e con quella Dia si poteva solo ristrutturare la masseria, non abbatterla e costruirci negozi, box e appartamenti. Il Comune fu sciolto per infiltrazioni camorristiche, poi il Tar reintegrò la giunta Bertini. Nei periodi successivi, quando si capì che erano stati commessi abusi, l’ente cittadino dispose solo la sospensione dei lavori, poi revocata un anno dopo quando la società di Simeoli protocollò una variante al progetto iniziale. Non ci fu mai un’ordinanza di abbattimento e mai il bene fu acquisito al patrimonio comunale. Il complesso sorto in luogo della masseria fu sequestrato, dalla Procura, ma solo nel 2006. La Dia fu revocata solo nel 2014 e il bene a tutti oggi è da ritenersi abusivo. Acquisito dal Comune nel 2019, non è stato mai oggetto di procedure di sgombero.
La strategia dei legali di Simeoli.
Molto chiara la strategia difensiva. Simeoli ha fatto parziali ammissioni su due vicende, Pip e Galeota, sapendo che per il secondo punto si va verso la prescrizione del reato. Sul Pip, tutt’al più, rischia una condanna per corruzione semplice che in appello sarà sicuramente prescritta per decorrenza di termini. In questo processo, infatti, Simeoli non è destinatario dell’aggravante mafiosa.
Le mosse future della Procura?
Per ridimensionare gli effetti di eventuali prescrizioni, ipotizzando che l’accusa di concorso esterno per Bertini non dovesse reggere, gli inquirenti potrebbero decidere di modificare uno dei capi di imputazione, trasformandolo da corruzione in concussione. E’ la tesi più volte paventata dai legali dei Cesaro. In buona sostanza, secondo questa lettura e secondo quanto emergerebbe dalla stessa ordinanza di custodia cautelare, sarebbe stato Bertini (per la vicenda Pip) a sollecitare il pagamento della tangente ai Cesaro e non i Cesaro a corrompere l’ex sindaco. Con questa mossa i termini (per la prescrizione) si allungherebbero anche in sede di appello.
Le udienze.
Il processo prosegue a ritmi sostenuti: il giudice Pacchiarini ha stilato un calendario molto denso. Simeoli, intanto, è stato scarcerato, per Bertini (decorrenza dei termini di custodia cautelare) se ne riparlerà probabilmente ad aprile. Il processo (primo grado) dovrebbe terminare prima dell’estate.
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