L’area industriale di Marano. I Cesaro, Bertini, i dirigenti, i tecnici comunali. Storia di un grande pasticcio

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Ora che gli animi sono meno esasperati, ora che la Procura ha concesso un’autorizzazione per l’accesso nel varco sequestrato qualche settimana fa, e in attesa dei lavori che saranno a carico della società dei Cesaro o, in caso di inadempienza, a cura del Comune di Marano, è possibile tracciare (in verità lo avevamo fatto anche in passato) un bilancio sul disastro Pip.

Bisogna partire da alcuni punti, fissare alcuni paletti ed evitare che si sovrappongano le legittime esigenze dei lavoratori, che temono per il loro stipendio, il loro posto, le istanze degli imprenditori e tutto il contorno, tutto quello che è accaduto nei dieci anni precedenti.

Le responsabilità vanno appurate e la Dda, che da tempo indaga sul polo produttivo di Marano, è già a buon punto.

Qualche punto fermo c’è già. E tanti sono gli interrogativi, i nodi da sciogliere.

1)La società dei Cesaro – secondo quanto rilevato finora dai magistrati – avrebbe realizzato opere (quelle di urbanizzazioni) non conformi. Opere non collaudate o collaudate attraverso attestazioni fasulle o ottenute mediante illecite “pressioni”.

2) C’è stata un’ingerenza della malavita nelle fase antecedenti alla realizzazione dei capannoni? Ci fu un accordo tra politica, imprenditori e camorra? La Dda è in campo e soprattutto per chiarire questi dubbi.

3) Chi doveva vigilare sulla corretta esecuzione delle opere? La risposta è semplice: il Comune di Marano. La strada d’accesso al Pip e i capannoni industriali sono stati realizzati dal 2011 in poi. In cinque anni e passa zero controlli, eppure del caso Pip si è discusso almeno quattro volte in Consiglio comunale, con apposite sedute monotematiche. I dirigente dell’area tecnica del Comune dov’erano?

4) I quattro milioni di euro, quelli concessi dalla Regione al Comune e poi girati ai Cesaro, come sono stati utilizzati? Quei fondi doveva servire per il contenimento dei costi dei capannoni, ma gli imprenditori hanno sempre dichiarato di non aver ottenuto alcuna agevolazione.

5) Gli imprenditori, almeno una parte di essi, perché non si sono preoccupati di come stessero procedendo le cose? Non si sono mai visti in Consiglio comunale e in pochi hanno avuto il coraggio di chiedere, informarsi. In pochissimi, poi, hanno avuto il coraggio di denunciare.

6) C’è anche una responsabilità politica. I sindaci, gli assessori al ramo informati attraverso gli articoli di stampa (decine) e le sedute consiliari, dov’erano? Cosa hanno fatto? Perché si sono voltati dall’altra parte? Perché furono avallati alcune nomine all’ufficio tecnico?

7) Non si può dimenticare, naturalmente, che il progetto, l’idea Pip è tutta griffata Mauro Bertini, l’ex sindaco che ancora oggi lancia i suoi strali a destra e manca, nel tentativo (tipico del quasi ottantenne ex primo cittadino) di addossare colpe e responsabilità a tutti e non di prendersene mai mezza.

Certo, non ha colpe sui controlli mai eseguiti. La sua esperienza amministrativa – come è noto – si è interrotta nel 2006, quando i capannoni e la strada d’accesso non erano nemmeno stati realizzati. Ma i dubbi restano. Possibile che i progetti, quelli che avrebbero dovuto cambiare il volto della città (cimitero, palazzo Merolla, Pip), abbiano tutti subito battute d’arresto e siano stati tutti affidati (attraverso bandi) a ditte e imprenditori molto chiacchierati o in odor di camorra? Ditte i cui titolari (vedi il caso Mastromimico) sono in carcere o indagati (vedi il caso Cesaro). E’ sempre e solo sfortuna, pura casualità?

 

 

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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