Le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia – Roberto Perrone, Giuseppe Ruggiero e Giuseppe Simioli – costituiscono, secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento giudiziario, uno dei principali elementi utilizzati dagli inquirenti per ricostruire il duplice omicidio di Raffaele Bellofiore e Domenico Sebastiano, avvenuto nel Rione Toiano di Pozzuoli nel 1997.
La vicenda viene collocata dagli investigatori nel contesto della guerra criminale per il controllo del territorio puteolano e dei rapporti tra il clan Polverino di Marano e il gruppo facente capo a Gennaro Longobardi, Gaetano Beneduce e Salvatore Cerrone. Al centro dello scontro vi sarebbe stata la volontà del gruppo Longobardi-Beneduce-Cerrone di consolidare il proprio controllo sulle attività criminali di Pozzuoli, entrando anche in zone e affari fino ad allora riconducibili ad altri gruppi.
Secondo la ricostruzione dei collaboratori, Domenico Sebastiano e Raffaele Bellofiore si opponevano all’ingresso negli affari puteolani degli uomini provenienti da Quarto, indicati negli ambienti criminali come i “quartaioli”. Il contrasto avrebbe rappresentato uno dei passaggi decisivi verso la rottura definitiva e la successiva decisione di eliminare i due esponenti.
Le dichiarazioni dei tre pentiti descrivono quindi una fase preparatoria articolata, un tentativo di ricomporre il conflitto, il fallimento di un summit di riappacificazione, la successiva decisione di procedere al duplice omicidio e il coinvolgimento del clan Polverino nel sostegno all’operazione.
Il summit fallito e la decisione di eliminare Bellofiore e Sebastiano.
Secondo quanto riferito dai collaboratori, prima dell’omicidio vi sarebbe stato un tentativo di raggiungere un accordo tra i gruppi contrapposti.
Il punto di rottura sarebbe stato proprio l’ingresso dei cosiddetti “quartaioli” negli affari di Pozzuoli. Sebastiano e Bellofiore, secondo la ricostruzione riportata nel provvedimento, non avrebbero accettato che il gruppo di Quarto potesse inserirsi nel controllo del territorio puteolano.
Il tentativo di mediazione sarebbe così fallito. A quel punto, secondo le dichiarazioni di Giuseppe Ruggiero, Longobardi e Cerrone avrebbero comunicato che la guerra era ormai inevitabile e che era stata presa la decisione di uccidere “Mimì capemorto”, soprannome attribuito a Domenico Sebastiano, e Raffaele Bellofiore.
È in questa fase che, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe maturata la necessità di coinvolgere anche il clan Polverino, con il quale Longobardi e Beneduce avevano rapporti di collaborazione e protezione.
La collaborazione chiesta ai Polverino
Il provvedimento descrive un rapporto di alleanza tra il gruppo Longobardi-Beneduce-Cerrone e il clan Polverino di Marano.
Secondo i collaboratori, proprio Beneduce e gli altri vertici del gruppo puteolano avrebbero chiesto la collaborazione dei Polverino per organizzare il duplice omicidio. Il sostegno non sarebbe stato limitato a un appoggio generico, ma avrebbe riguardato anche aspetti concreti della preparazione e della fuga.
Il clan Polverino, secondo la ricostruzione, avrebbe messo a disposizione uomini e automobili per il recupero dei componenti del commando dopo l’agguato. Sarebbe inoltre stato individuato un soggetto ritenuto sufficientemente “pulito” per guidare il furgone destinato a trasportare gli esecutori nel Rione Toiano senza attirare sospetti.
È in questo contesto che, secondo Ruggiero e Simioli, sarebbe emerso il nome di Raffaele D’Alterio.
Perrone: le confidenze di Fabio Allegro
Particolarmente rilevante, nella ricostruzione accusatoria, è il contributo di Roberto Perrone, storico esponente del clan Polverino, che iniziò a collaborare con la giustizia nel 2011.
Perrone ha raccontato di avere incontrato Fabio Allegro dopo essere stato indirizzato a lui da Giuseppe Polverino. In quel periodo Allegro, secondo il collaboratore, ricopriva un ruolo di responsabilità all’interno del clan di Marano.
Nel corso di quel colloquio, Perrone avrebbe ricevuto da Allegro informazioni sull’accordo tra il gruppo Polverino e quello di Longobardi-Cerrone e sulla guerra contro il gruppo di Bellofiore e Sebastiano. Secondo quanto riferito da Perrone, Allegro sarebbe entrato spontaneamente nei dettagli dell’agguato, indicando anche alcuni dei soggetti coinvolti.
Il collaboratore ha inoltre riferito particolari sulla dinamica del duplice omicidio che, secondo il provvedimento, sarebbero stati successivamente confrontati con le dichiarazioni degli altri due pentiti. Tra questi, l’utilizzo di un furgone rinforzato, l’abbandono del mezzo lungo la tangenziale e il ruolo avuto da Longobardi durante la fuga.
Perrone ha attribuito ad Allegro anche il racconto di una reazione di Giuseppe Polverino dopo avere appreso le modalità dell’agguato. Secondo tale versione, Polverino avrebbe criticato il comportamento tenuto da uno degli aggressori durante l’azione, ritenendolo imprudente.
La particolarità della posizione di Perrone è però evidenziata dallo stesso provvedimento: si tratta, per questi fatti, di una fonte de relato, cioè di informazioni apprese da un’altra persona, principalmente Allegro, e non di circostanze direttamente vissute.
Ruggiero: «Ero coinvolto nell’azione»
Più diretto è il racconto di Giuseppe Ruggiero, affiliato al clan Polverino che si è autoaccusato della partecipazione al duplice omicidio.
Ruggiero ha descritto una lunga fase di preparazione dell’agguato. Secondo il suo racconto, dopo il fallimento del tentativo di mediazione tra il gruppo di Sebastiano e Bellofiore e quello Longobardi-Beneduce-Cerrone, sarebbe stata comunicata la decisione di eliminare i due uomini.
Il collaboratore ha raccontato di avere partecipato, insieme ad Allegro e Sabatino Cerullo, a un incontro nel corso del quale Gaetano Beneduce avrebbe mostrato il furgone destinato all’azione. Il mezzo, secondo la ricostruzione, era stato rinforzato con lastre metalliche per proteggere gli uomini del commando da eventuali reazioni armate.
Uno degli aspetti più importanti del racconto riguarda la scelta dell’autista. Longobardi avrebbe chiesto una persona che non fosse immediatamente riconducibile agli ambienti criminali. Ruggiero ha riferito che lui e Cerullo proposero Raffaele D’Alterio.
Il giorno dell’agguato, sempre secondo Ruggiero, D’Alterio avrebbe guidato il furgone mentre Longobardi, Nicola Palumbo e Ottavio Garofalo si trovavano nel vano posteriore. Un ulteriore componente del gruppo, Antonio Di Maria, avrebbe occupato il sedile anteriore.
Ruggiero ha poi collocato Fabio Allegro nella fase operativa: secondo il collaboratore, Allegro avrebbe utilizzato la propria automobile per svolgere funzioni di vedetta, controllando la presenza delle forze dell’ordine nella zona.
Il racconto prosegue con la fuga del commando verso la tangenziale e con il successivo recupero degli uomini coinvolti mediante altre automobili. Ruggiero ha riferito di avere visto Longobardi e Garofalo dopo l’azione e di avere successivamente appreso la dinamica del duplice omicidio direttamente dagli appartenenti al gruppo.
Simioli: la fase della decisione e l’alleanza con i Polverino
Anche Giuseppe Simioli, storico esponente di vertice del clan Polverino, ha fornito agli inquirenti una ricostruzione della vicenda.
Simioli ha collocato il duplice omicidio nel quadro della contrapposizione tra il gruppo Longobardi-Beneduce-Cerrone e quello di Bellofiore-Sebastiano per il controllo di Pozzuoli.
Secondo il suo racconto, la decisione di eliminare le due vittime sarebbe stata discussa ai vertici del gruppo di Pozzuoli. Simioli ha riferito di avere assistito in precedenza a conversazioni nelle quali Longobardi, Beneduce e Cerrone avrebbero parlato dell’eliminazione di Bellofiore e Sebastiano.
Il collaboratore ha collegato il contrasto anche alla questione dell’ingresso dei “quartaioli” negli affari di Pozzuoli. Il gruppo di Sebastiano e Bellofiore, secondo tale ricostruzione, avrebbe respinto la presenza degli uomini provenienti da Quarto, determinando il fallimento del tentativo di accordo.
Anche Simioli ha indicato Fabio Allegro come figura coinvolta nella preparazione dell’operazione. In particolare, ha raccontato che Longobardi avrebbe chiesto di individuare una persona apparentemente estranea agli ambienti criminali che potesse guidare il furgone senza destare sospetti.
Secondo Simioli, sarebbe stato proprio Allegro a proporre Raffaele D’Alterio.
Il collaboratore ha inoltre riferito che il clan Polverino avrebbe dovuto garantire una parte del supporto logistico successivo all’agguato, predisponendo le automobili necessarie per recuperare i componenti del commando.
Il racconto dopo la sparatoria
Simioli ha fornito anche una testimonianza relativa ai momenti immediatamente successivi al duplice omicidio.
Ha raccontato di avere incontrato Allegro e Salvatore Cammarota mentre i due si dirigevano verso l’abitazione di Longobardi. Secondo Simioli, l’obiettivo era verificare che l’azione fosse andata a buon fine e che non vi fosse bisogno di ulteriore assistenza.
Nell’abitazione, Simioli avrebbe trovato Longobardi. Quest’ultimo, secondo il racconto del collaboratore, avrebbe riferito che l’azione era andata bene e che aveva inseguito una persona in fuga sparandole alle spalle. Poco dopo, altri affiliati avrebbero comunicato la morte sia di Bellofiore sia di Sebastiano.
Il racconto di Simioli viene quindi utilizzato nel provvedimento come elemento di collegamento tra la fase preparatoria e quella immediatamente successiva al duplice omicidio.
Tre racconti, ruoli differenti
La ricostruzione giudiziaria sottolinea che i tre collaboratori non descrivono tutti gli stessi momenti né occupano la medesima posizione rispetto ai fatti.
Ruggiero parla da partecipante diretto alla fase operativa. Simioli riferisce soprattutto ciò che avrebbe appreso o percepito nella fase decisionale, organizzativa e immediatamente successiva all’agguato. Perrone, invece, riporta in larga parte informazioni ricevute da Fabio Allegro.
Secondo il provvedimento, le differenze tra i racconti riguardano soprattutto aspetti periferici: il colore del furgone, la composizione esatta del commando e l’attribuzione di alcuni ruoli.
La ricostruzione accusatoria considera invece convergenti i punti ritenuti centrali: la guerra per il controllo di Pozzuoli, il contrasto sull’ingresso dei “quartaioli”, il fallimento del summit di riappacificazione, la decisione di eliminare Bellofiore e Sebastiano, l’alleanza tra il gruppo Longobardi-Beneduce-Cerrone e il clan Polverino, la preparazione dell’agguato, l’utilizzo di un furgone rinforzato, la scelta di un autista apparentemente estraneo agli ambienti criminali, il supporto logistico e la fuga del commando.
Il ruolo attribuito ad Allegro
È proprio sul ruolo di Fabio Allegro che le dichiarazioni dei tre collaboratori vengono utilizzate nel provvedimento in modo incrociato.
Perrone riferisce le informazioni che, secondo il suo racconto, gli sarebbero state confidate dallo stesso Allegro. Ruggiero lo colloca invece nella fase organizzativa e poi nell’attività di vedetta durante l’azione. Simioli lo indica nella riunione preparatoria e attribuisce ad Allegro la proposta di utilizzare D’Alterio come autista.
Per gli inquirenti, la convergenza di questi elementi costituisce un quadro indiziario a sostegno dell’ipotesi di un coinvolgimento di Allegro nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’agguato.
Il ruolo attribuito a D’Alterio
Per Raffaele D’Alterio, il principale elemento dichiarativo riportato nel provvedimento è quello di Ruggiero.
Secondo il collaboratore, D’Alterio avrebbe guidato il furgone utilizzato dal commando, accompagnando gli uomini armati all’interno del Rione Toiano. Ruggiero ha inoltre riferito di avere visto il mezzo uscire dal quartiere dopo gli spari e che D’Alterio avrebbe effettuato un segnale con i fari.
Lo stesso collaboratore ha raccontato che, dopo l’abbandono del furgone, D’Alterio avrebbe partecipato alla fase di fuga a bordo di un’automobile di supporto.
Una ricostruzione fondata sulle dichiarazioni dei tre pentiti
Nel provvedimento, le dichiarazioni di Perrone, Ruggiero e Simioli vengono dunque presentate come fonti tra loro differenti ma ritenute convergenti su alcuni elementi essenziali della vicenda.
La loro valutazione è inserita nel più generale quadro dei criteri previsti dall’articolo 192, comma 3, del codice di procedura penale, secondo cui le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia devono essere sottoposte a una verifica di attendibilità e accompagnate da riscontri esterni individualizzanti.
Secondo la ricostruzione riportata nel provvedimento, gli elementi dichiarativi sarebbero stati confrontati con le risultanze investigative e con quanto già accertato in precedenti procedimenti.
Il quadro delineato dall’accusa attribuisce quindi al duplice omicidio di Raffaele Bellofiore e Domenico Sebastiano una precisa collocazione nella guerra criminale per il controllo di Pozzuoli: un conflitto alimentato anche dal rifiuto delle vittime di consentire l’ingresso negli affari puteolani dei cosiddetti “quartaioli”, un summit di riappacificazione fallito e, successivamente, la scelta di procedere alla loro eliminazione con il coinvolgimento e il supporto del clan Polverino.
Le responsabilità individuali indicate nel provvedimento restano quelle oggetto delle contestazioni e delle valutazioni dell’autorità giudiziaria, secondo lo stato e la fase del procedimento cui il documento si riferisce.
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