Alle 8.30 di ieri a Cuba la popolazione non era ancora a conoscenza dell’arresto di Nicolás Maduro, evento cruciale anche per il futuro dell’isola. Secondo Cristina, residente all’Avana, la televisione di Stato parlava soltanto di un presunto attacco americano, rassicurando sul controllo della situazione a Caracas. La notizia reale ha iniziato a diffondersi solo più tardi, attraverso i cellulari, grazie a fonti provenienti da Miami e alle immagini dei telegiornali internazionali. Nella notte il giornalista cubano in esilio Mario J. Penton, visibilmente scosso, ha rilanciato il comunicato del governo statunitense che annunciava l’arresto di Maduro e della moglie e il loro trasferimento fuori dal Venezuela.
A Napoli, intanto, la comunità venezuelana – oltre 150 persone tra professionisti, docenti ed ex funzionari – festeggia. Jesus Hernandez, avvocato costituzionalista e rappresentante del partito di opposizione Vente Venezuela, parla di entusiasmo ma invita alla cautela, rinviando eventuali manifestazioni davanti al Consolato.
Hernandez chiarisce che l’azione americana non va letta come un’aggressione al Paese, ma come un colpo a una narco-dittatura legata al traffico di droga e a gruppi guerriglieri colombiani. Sottolinea però che figure chiave del regime, come Diosdado Cabello e la vicepresidente Delcy Rodríguez, sono ancora libere e rappresentano una minaccia.



























