Marano. L’ex consigliere e il pregiudicato: l’episodio che riaccende i dubbi sulle frequentazioni della politica locale. Poi, quando sciolgono il Comune, fanno le vittime e insultano

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C’è un momento, in ogni decreto di scioglimento per infiltrazioni mafiose, che si ripete identico: il pianto. Il vittimismo. L’indignazione improvvisa. L’accusa ai giornali “colpevoli” di aver raccontato ciò che accadeva, alle istituzioni che “non hanno capito”, ai commissari che “hanno frainteso”. È una liturgia stanca, vecchia, ipocrita. Perché spesso gli stessi che si lamentano sono gli stessi che, quando avrebbero potuto e dovuto prendere le distanze, non solo hanno taciuto, ma hanno ostentato frequentazioni che in qualunque altro contesto politico avrebbero portato all’immediata uscita di scena.

A Marano – città che purtroppo conosce bene questa storia, essendo stata sciolta per ben cinque volte, un record che non fa onore a nessuno – è accaduto di nuovo. Non nei palazzi istituzionali, questa volta, ma in un cortile, nella giornata di ieri, sotto occhi di tanti passanti.

Un ex consigliere comunale – una figura già nota in precedenti scioglimenti e che dovrebbe essere più cauto di chiunque altro – si trovava a colloquio animato con un pregiudicato notissimo in città. Non un incontro casuale: toni accesi, gestualità inequivocabile e, al fianco, altri volti già noti alle cronache giudiziarie.

Di cosa parlassero non è dato saperlo. Forse questioni personali, forse vecchie ruggini, forse affari che nulla hanno a che fare con la politica. Oppure sì, forse proprio di politica, visto che si vota e certi ambienti – come tutti sanno, anche se pochi lo ammettono – si muovono, si parlano, si dividono. Il punto non è il contenuto della conversazione. Il punto è l’immagine. Il punto è il messaggio politico e morale. Il punto è che, in una città ferita cinque volte dal medesimo male, non ci si può permettere neanche il sospetto, la sfumatura, l’ombra.

E invece accade. Accade ancora. Accade sempre. Marano continua a oscillare tra rabbia e rassegnazione, tra chi denuncia e chi alza le spalle, tra chi chiede trasparenza e chi si fa sorprendere – ancora una volta – in compagnie che andrebbero evitate non solo per prudenza, ma per rispetto verso una comunità che vive sulla propria pelle il peso di un passato ingombrante.

Poi, quando arriverà il prossimo decreto di scioglimento – perché così si semina – ricominceranno le lacrime, le accuse ai giornalisti, l’autocommiserazione, la narrativa della persecuzione. Ma la verità sta altrove: la prevenzione non si fa nelle aule dei tribunali, ma nei comportamenti quotidiani della classe politica.

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