L’attenzione su ciò che è emerso dall’inchiesta di Perugia è massima. Il governo osserva con preoccupazione il presunto dossieraggio che ha visto come vittima, tra gli altri, il ministro Guido Crosetto – che ha denunciato – ma anche molte altre persone. Politici e no. La possibilità che l’inchiesta scoperchi una rete dedita ai dossieraggi, ben inserita nelle più importanti istituzioni del Paese, ha messo l’esecutivo in allarme. Al punto che la vicenda viene considerata di una gravità assoluta, paragonabile solo a un’altra storia che scosse le istituzioni nei decenni passati: quella della P2.
Gli interrogativi, misti a preoccupazione, in queste ore sono tanti. E tanta è la prudenza. Il fatto che formalmente ci sia un solo indagato non basta per attribuire il tutto alla solita mela marcia: “Quello che ha detto il ministro Crosetto è molto preoccupante”, dichiara ad HuffPost il vicepremier Antonio Tajani, riferendosi alla lettera del titolare della Difesa al Corriere, nella quale il ministro ha annunciato anche di aver fatto una seconda querela per la fuga di notizie sull’inchiesta di Perugia. “Bisogna capire chi dava gli ordini – aggiunge Tajani – perché risulta difficile immaginare che l’indagato facesse tutto di sua iniziativa. Detto ciò, aspettiamo il corso delle indagini”. Il sospetto, non solo del vicepremier, è che i presunti illeciti non siano da attribuire all’unico indagato, ma ci sia una rete ben più ampia e organizzata.
L’esecutivo, comunque, non ha intenzione di rimanere inerte di fronte alla minaccia. Ieri il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha passato un paio di ore alla Difesa, dove c’è stato un vertice, molto probabilmente incentrato su questo affare così delicato e ancora così oscuro. Che colpisce e mette a rischio il cuore delle istituzioni. E che – se ciò che è stato ricostruito finora verrà confermato – l’ha già colpito in passato. Sono un centinaio almeno le vittime di dossieraggio praticato attraverso l’accesso abusivo a dati bancari e fiscali riservati. Tutte prese a bersaglio con le stesse modalità, sebbene in tempi diversi. Il sospetto che gira in ambienti ben informati, infatti, è che questi accessi illegali agli atti bancari di politici e altri personaggi di rilievo sia iniziata già da alcuni anni e abbia attraversato diversi governi. Per quanto il dossieraggio non sia stato attuato solo nei confronti di politici, non può essere trascurato il fatto che vittime di questo meccanismo sono stati due ex premier – Matteo Renzi, Giuseppe Conte – e un ministro in carica, forse due.
I contorni sono ancora molto sfocati, ma quello che emerge già basta a far temere che una persona, o più persone, per molto tempo abbiano tradito la loro funzione di servitori dello Stato. Perché? Per conto di chi? Quanti ne erano al corrente? Chi ne ha giovato? Chi, invece, ha subito danni e ancora forse neanche lo sa? Quali documenti sono stati illegalmente diffusi? A chi sono stati dati? Sono tutte domande a cui sta cercando di rispondere la procura di Perugia, molto determinata a chiudere un’inchiesta che ha condotto con rigore e riserbo, attenta a non far sfuggire dai propri uffici materiale incandescente. Le indagini, lo ha sottolineato lo stesso procuratore Raffaele Cantone, erano partite da Roma e poi sono state assegnate a Perugia. La procura umbra, infatti, è competente per le vicende che potrebbero riguardare (anche come parte lesa) magistrati romani. Ciò che è noto ad oggi riguarda l’inizio dell’inchiesta. Sugli ultimi sviluppi – Perugia indaga da aprile – sulla direzione che stanno prendendo gli inquirenti, c’è massimo riserbo. Sappiamo, però, perché lo ha comunicato lo stesso Cantone, che sono state sentite molte persone. E che è stata analizzata una mole importante di documenti. Sappiamo che i magistrati stanno cercando di ricostruire un’intricata storia sommersa, che riguarda da vicino la direzione nazionale antimafia. Il finanziere indagato, infatti, era in forze alla struttura guidata da Giovanni Melillo, che ha prontamente cambiato l’organizzazione prima che cominciasse l’inchiesta.
Gli elementi raccolti finora fanno ipotizzare che ci sia un pezzo di Stato che trama contro lo Stato stesso. Ma anche che ci sia un altro pezzo di Stato, quello sano, che è al lavoro per risalire alle radici di quello che potrebbe essere il più grande attacco alle istituzioni degli ultimi decenni.
Mentre il governo osserva preoccupato, e un po’ si muove per studiare il da farsi, gran parte della politica – pezzi di maggioranza compresa – resta in silenzio. E un parlamentare d’opposizione non manca di farlo notare: “C’è un po’ di imbarazzo, prevarrà il filone giustizialista missino o quello liberale?”. D’altro canto, però, l’opposizione non si espone: nessun intervento da parte del Pd, silenzio da parte dei 5 stelle. Fanno eccezione i renziani, anche perché il loro leader si ritiene vittima di tale sistema: Enrico Borghi, capogruppo Az-Iv in Senato, ha chiesto un’informativa al governo. Fonti del Senato ci spiegano, però, che non se ne parlerà prima del 5 settembre, giorno della riapertura dei battenti di Palazzo Madama: “Nessuno ce l’ha chiesta con urgenza”, è la giustificazione. Raffaella Paita ha chiesto alla commissione antimafia di occuparsene: anche in questo caso, se ne parla a settembre. Sebbene non arrivino conferme dirette da parte del presidente Lorenzo Guerini, anche il Copasir potrebbe accendere i suoi fari sul dossier. Matteo Renzi, intanto, torna alla carica: “Quello che la vicenda Crosetto fa capire è che ci sono strani intrecci tra mondi diversi: qualche redazione, qualche investigatore, qualche magistrato, qualche pezzo delle istituzioni pubbliche hanno lavorato insieme alla costruzione di dossier e soprattutto alla distruzione dell’immagine di qualche politico”, scrive nell’enews settimanale. Un modo per dire “avevo ragione io”. In questo ragionamento, però, per ora lo seguono solo i suoi.
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