Quello delle elezioni in primavera è uno scenario sempre più concreto, e vari parlamentari già ipotizzano due date, il 4 aprile o la seconda metà di maggio. Al netto delle resistenze di Forza Italia e Lega che puntano ad arrivare fino all’autunno 2027, pochi ormai all’interno del centrodestra credono che possa andare diversamente, a maggior ragione dopo la mancata uscita dalla procedura di infrazione Ue.
Intanto c’è lo spartiacque della legge elettorale: l’intenzione annunciata da Giorgia Meloni di porre la questione di fiducia alla Camera conferma che si temono sgambetti dai franchi tiratori nello scrutinio segreto, e se la riforma dovesse essere impallinata, l’intenzione della presidente del Consiglio sarebbe quella di recarsi senza indugi al Quirinale. La posta in gioco, insomma, è decisamente più alta di quando a luglio il voto segreto fece saltare l’emendamento sulle preferenze. Mancano ancora un paio di settimane, ma nei palazzi della politica i più esperti già delineano possibili scenari nel caso in cui si aprisse la crisi.
L’esercizio provvisorio è una eventualità che nessuno, dal Colle in giù, vuole affrontare, e anche il voto a gennaio viene considerato altamente improbabile. Maggioranze alternative all’attuale sono sulla carta inesistenti, quindi -in caso di crisi – tra le ipotesi ci sarebbe anche quella che il governo Meloni resti in carica per l’ordinaria amministrazione e per l’approvazione della manovra, con lo scioglimento delle Camere nei primi due mesi dell’anno.
Poi in quel caso si valuterebbe l’election day, anche se alcune fonti riferiscono dei dubbi legati ai timori del centrodestra di non vincere in nessuno dei capoluoghi al voto. Ad ogni modo la situazione è fluida. Sulle riflessioni che si fanno in questi giorni all’interno del governo pesa il rischio di una ulteriore escalation della crisi in Iran. E sul fronte interno si sta verificando quella situazione di «tensioni elettorali intempestive» già stigmatizzata a fine luglio dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ultimo caso le scintille sulle misure relative al tetto degli stranieri nelle classi scolastiche annunciate da Meloni. Resta alta l’attenzione della maggioranza sul fattore Vannacci. Sondaggi interni, riferiscono fonti di centrodestra, darebbero Futuro nazionale al 12%. E dopo Tommaso Calderone un’altra manciata di deputati di FI sarebbe tentata dal cambio di casacca, in cerca di una candidatura sicura.
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