Marano, la storia dello scioglimento del 2004 e la vicenda Spinosa (assolto da ogni accusa): oggi le sentenze e i pentiti raccontano un’altra storia. “Nel 2001 al ballottaggio i poteri forti sostennero Bertini”

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Una pagina anonima, che da tempo sembra fare il tifo per la vecchia amministrazione comunale sciolta nel 2004, è tornata ieri a riproporre la vicenda dello scioglimento del Comune di Marano guidato da Mauro Bertini. E, ancora una volta, nel tentativo di riscrivere quella storia, ha tirato in ballo Giuseppe Spinosa (nella foto), il candidato sindaco che nel 2001 sfidò Bertini al ballottaggio.

Tante parole, tante ricostruzioni arzigogolate e, soprattutto, una vecchia narrazione che oggi deve necessariamente fare i conti con ciò che è emerso negli anni successivi.

Perché la storia giudiziaria di Marano non si è fermata al 2004.

E soprattutto non si è fermata alla sentenza del TAR che reintegrò Bertini e gli organi elettivi del Comune.

Il punto che quella pagina continua a ignorare

Nel 2001 Giuseppe Spinosa fu effettivamente indagato nell’ambito dell’inchiesta che ipotizzava un intervento della camorra nelle elezioni comunali di Marano. L’ipotesi investigativa dell’epoca era che il clan Nuvoletta avesse sostenuto la sua candidatura.

Ma Spinosa fu successivamente prosciolto in fase preliminare.

Mauro Bertini, invece, molti anni dopo, è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Napoli Nord per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. La sentenza del 2024 ha riguardato proprio vicende amministrative collocate negli anni della sua amministrazione e, in particolare, i rapporti con ambienti riconducibili al clan Polverino e le vicende della Masseria Galeota, di Palazzo Merolla e dell’area PIP. La condanna di primo grado, naturalmente, non equivale a una sentenza definitiva. Questo è il dato giudiziario che oggi non può essere cancellato con un post sui social.

Cosa aveva scritto il TAR nel 2004

La sentenza del TAR del 2004 va letta per quello che era e per gli elementi che aveva a disposizione in quel momento.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante.

Il TAR osservò che il punto centrale della ricostruzione proposta dall’amministrazione statale era rappresentato dall’ingerenza della criminalità organizzata nelle elezioni del 2001. Ma rilevò una circostanza che, allora, appariva decisiva: secondo gli atti disponibili, l’appoggio della criminalità organizzata non era stato rivolto al sindaco eletto Bertini, bensì al suo avversario Giuseppe Spinosa.

Il TAR scrisse, in sostanza, che l’ingerenza del clan Nuvoletta nelle elezioni si era concretizzata “non già nell’appoggio al sindaco Bertini uscito vincitore dalle urne, ma al suo oppositore, Spinosa Giuseppe”. E proprio questa circostanza costituiva, nella valutazione dei giudici amministrativi, uno degli elementi che rendevano particolarmente problematica la dimostrazione di un condizionamento mafioso della maggioranza che governava il Comune. È un passaggio fondamentale.

Perché significa che la ricostruzione del 2004 poggiava anche su una precisa contrapposizione: da una parte la camorra che avrebbe sostenuto Spinosa, dall’altra Bertini, candidato che quella stessa camorra avrebbe osteggiato.

Vent’anni dopo, però, il quadro è cambiato

La sentenza del Tribunale di Napoli Nord ha ricostruito una realtà molto più complessa.

Il collegio ha esaminato le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, tra cui Giuseppe Simioli, Giuseppe Ruggiero, Roberto Perrone, Massimo Tipaldi e Salvatore Izzo.

Ed è proprio Simioli a fornire uno dei passaggi più importanti.

Ascoltato il 4 aprile 2024, Simioli aveva inizialmente dichiarato di non aver mai conosciuto Bertini. Poi, rispondendo alle domande del pubblico ministero, aveva descritto il sistema di rapporti che, secondo la sua conoscenza, avrebbe interessato il Comune di Marano e aveva indicato un progressivo avvicinamento di Bertini agli ambienti di Angelo Simeoli.

Il collaboratore aveva parlato di una fase iniziale nella quale Bertini sarebbe stato restio a qualsiasi “agganciamento”, seguita da una fase successiva nella quale, secondo quanto da lui riferito, il sindaco avrebbe instaurato “buoni, buonissimi rapporti” con Angelo Simeoli.

E quando il Tribunale lo aveva incalzato per individuare concretamente una delle operazioni edilizie alle quali si riferiva, Simioli, dopo alcune esitazioni, aveva indicato proprio la costruzione di via Galeota.

Non una generica voce sul territorio, dunque, ma un episodio specifico.

La Masseria Galeota

La vicenda della Masseria Galeota assume nella sentenza un’importanza particolare.

Simioli aveva indicato l’operazione come una delle iniziative edilizie riconducibili al rapporto tra Simeoli e Polverino e aveva riferito di un’interlocuzione con Bertini.

Anche Giuseppe Ruggiero, sentito il 15 aprile 2024, aveva parlato della medesima operazione, riferendo di una società tra Giuseppe Polverino e Angelo Simeoli e di un investimento attribuito a Polverino.

Il Tribunale ha quindi confrontato queste dichiarazioni con gli altri elementi acquisiti nel processo.

E la conclusione dei giudici è stata precisa: le dichiarazioni dei collaboratori, valutate nel loro complesso, sono state ritenute idonee a delineare un rapporto diretto tra Bertini e Angelo Simeoli e, attraverso quest’ultimo, con il clan Polverino.

La sentenza ha inoltre ritenuto che tali dichiarazioni trovassero riscontri estrinseci individualizzanti.

E Spinosa?

È proprio qui che la vecchia narrazione mostra le sue crepe.

La sentenza di Napoli Nord non ha ignorato la posizione di Giuseppe Spinosa.

Al contrario, l’ha esaminata espressamente.

I giudici hanno ricordato che Spinosa aveva avuto un forte contrasto politico e personale con Bertini e che in passato era stato coinvolto in un procedimento per associazione mafiosa poi archiviato. Per questo la sua testimonianza è stata sottoposta a un rigoroso vaglio critico.

Ma il Tribunale non ha ritenuto che vi fossero elementi sufficienti per considerarlo inattendibile. Anzi, ha verificato il suo racconto attraverso dati esterni. Ed è qui che emergono fatti difficilmente contestabili.

Nel primo turno delle elezioni del 2001 Spinosa ottenne più voti di Bertini. Al ballottaggio, invece, Bertini ribaltò il risultato e vinse le elezioni. La sentenza richiama inoltre il passaggio politico di alcuni esponenti che avevano sostenuto Spinosa al primo turno e che successivamente entrarono nella maggioranza di Bertini.

Tra questi figuravano Biagio Iacolare, Giovanni Gala e Mario Granata. Iacolare divenne presidente del Consiglio comunale, mentre Granata entrò successivamente in Giunta.

La concessione a Credentino e il racconto del dopo-ballottaggio

Un altro elemento esaminato dal Tribunale riguarda la concessione edilizia rilasciata a Raffaele Credentino nel 2002.

Di Guida Antonio e Spinosa Giuseppe hanno fornito una ricostruzione convergente di alcuni passaggi verificatisi dopo il primo turno e prima del ballottaggio.

Di Guida ha collegato la concessione alla successiva evoluzione politica di Credentino. Spinosa, dal canto suo, ha raccontato di essere stato avvicinato in quel periodo e di aver rifiutato l’idea di rivolgersi agli ambienti che, secondo la sua ricostruzione, controllavano il territorio.

Su questo punto il Tribunale è stato prudente: ha precisato che la ricostruzione di Di Guida rappresentava una sua interpretazione dei fatti e che, da sola, non poteva dimostrare l’esistenza di un patto elettorale.

Ma la sentenza ha anche rilevato che alcuni passaggi fondamentali del racconto trovavano riscontro nella documentazione e nelle vicende politiche successive.

La vera questione è un’altra

La questione, quindi, non è stabilire oggi se il TAR del 2004 avesse “ragione” o “torto” con una semplice rilettura retroattiva.

La questione è capire che cosa sia successo dopo.

Nel 2004 il TAR si trovò a valutare uno scioglimento sulla base del materiale istruttorio allora disponibile. E quel materiale presentava, tra gli elementi centrali, proprio il dato dell’appoggio del clan Nuvoletta a Spinosa, circostanza che il TAR considerò incompatibile, o comunque fortemente problematica, con l’idea di un condizionamento mafioso della maggioranza guidata da Bertini. Negli anni successivi, però, sono emersi altri fatti, sono state svolte altre indagini ed è stato celebrato un processo penale durato anni.

E nel 2024 il Tribunale di Napoli Nord ha condannato in primo grado Bertini, ritenendo provato il suo concorso esterno in associazione mafiosa e le condotte corruttive contestate. La sentenza ha preso in esame proprio una serie di vicende riconducibili al periodo della sua amministrazione. È questo il punto che una ricostruzione seria dovrebbe raccontare.

Non basta continuare a ripetere la storia del 2004

Per questo appare quantomeno singolare che, a distanza di oltre vent’anni, si continui a utilizzare il nome di Giuseppe Spinosa come se il fatto di essere stato indagato all’epoca fosse una sorta di prova permanente a suo carico. Non lo è.

Un’indagine non è una condanna. E nel caso di Spinosa il procedimento si concluse con il proscioglimento. Bertini, al contrario, è stato successivamente condannato in primo grado per fatti che riguardano proprio gli anni della sua amministrazione.

Questa è la differenza tra la propaganda e la storia giudiziaria.

La rilettura delle elezioni del 2001

Alla luce della sentenza di Napoli Nord, diventa quindi inevitabile rileggere anche la vicenda politica del 2001.

Non significa sostenere che una sentenza penale del 2024 possa modificare retroattivamente una sentenza amministrativa del 2004.

Significa, però, che oggi disponiamo di un quadro istruttorio che nel 2004 semplicemente non esisteva.

E dentro questo nuovo quadro il rapporto tra Bertini, Angelo Simeoli e l’area del clan Polverino non è più una semplice voce politica o giornalistica: è una circostanza che il Tribunale ha ricostruito attraverso dichiarazioni testimoniali, collaboratori di giustizia, documenti e riscontri esterni, fino a ritenere provato il concorso esterno contestato a Bertini.

È dunque legittimo chiedersi se la vecchia lettura secondo cui “la camorra sosteneva Spinosa e quindi Bertini era necessariamente l’uomo osteggiato dalla camorra” possa ancora essere proposta oggi come fotografia esaustiva di quella stagione.

La risposta, alla luce degli atti successivi, è evidentemente molto più complessa.

E forse è proprio questo che dà fastidio a chi, ancora oggi, prova a raccontare Marano fermandosi al 2004.

Perché la storia non si è fermata con la sentenza del TAR. È andata avanti. E le sentenze successive hanno aggiunto capitoli che oggi non possono più essere ignorati.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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