Adesso ci sono i “buchi”. Non uno, non due messaggi spariti per caso, ma interi periodi delle conversazioni tramite gli applicativi di messaggistica istantanea tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci che non risultano più nella memoria del telefono sequestrato al ristoratore bombarolo. Settimane di comunicazioni che gli investigatori stanno cercando di ricostruire a posteriori, mentre il dispositivo dell’altra persona coinvolta in quella conversazione, Ranucci, non è mai stato sequestrato. È quanto emerso ieri dall’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre scorso. La Procura di Roma ha in mano il telefono di Lavitola, ma quando si arriva alle conversazioni con Ranucci, manca una delle due metà del dialogo.
La storia è nota. Quella sera un ordigno esplode davanti alla casa dell’ormai ex conduttore di Report a Pomezia, distrugge due automobili e danneggia il muro dell’abitazione. Le indagini individuano gli esecutori materiali e, dopo mesi, arrivano a Lavitola. Il 4 luglio scatta la perquisizione nella sua abitazione. I carabinieri gli sequestrano i dispositivi elettronici. Il giorno dopo la notizia dell’indagine diventa pubblica. Lavitola viene poi arrestato il 10 agosto con l’accusa di essere il mandante dell’attentato. Ma è proprio quel sequestro a produrre oggi il problema. Perché gli investigatori, passando al setaccio l’iPhone di Lavitola, trovano una lunga storia di comunicazioni con Ranucci. Una relazione che non nasce con la bomba e che comprende conversazioni su temi personali, ma anche sulle inchieste di Report. Nella memoria del telefono di Lavitola mancano però settimane di conversazioni con Ranucci. La circostanza è particolarmente delicata perché non risulta cancellata l’intera chat: i messaggi precedenti e successivi continuano a comparire. Fondamentale, allora, capire quando siano stati eliminati quei contenuti. Gli investigatori, in particolare, devono stabilire se la cancellazione sia avvenuta prima o dopo la svolta dell’inchiesta e gli arresti degli esecutori materiali.
























