Roberto Mancini in panchina come commissario tecnico, Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico e Gianfranco Zola destinato al settore giovanile. Se queste saranno le scelte definitive, più che una rivoluzione il calcio italiano assisterà all’ennesima restaurazione: uomini di esperienza chiamati a rimettere insieme i cocci di un progetto già naufragato.
Il vero dato politico e sportivo è un altro. Nel giro di appena due settimane è crollato il progetto costruito attorno a Paolo Maldini e Leonardo, chiamati da Giovanni Malagò a guidare la rinascita della Nazionale. Le loro dimissioni, arrivate dopo il fallimento del piano per il nuovo commissario tecnico, hanno certificato la fine di un progetto prima ancora che potesse partire.
Eppure, come spesso accade nel calcio italiano, a pagare sono stati dirigenti e collaboratori, mentre chi occupa il vertice del sistema resta saldo al proprio posto. È qui che nasce la critica politica e gestionale. Se il progetto Malagò è fallito ancora prima di prendere forma, è legittimo chiedersi perché nessuno metta in discussione proprio chi quel progetto lo ha voluto e promosso.
Da oltre un decennio Malagò è uno degli uomini più influenti dello sport italiano. Ha costruito una rete di rapporti istituzionali e un peso politico indiscutibile, ma l’ennesima crisi della Nazionale dovrebbe imporre anche una riflessione sulle responsabilità di chi governa il sistema. Non è sufficiente cambiare allenatori, direttori tecnici o consulenti se la guida rimane sempre la stessa.
Ora si torna a Roberto Mancini e Claudio Ranieri, due professionisti di assoluto valore, chiamati ancora una volta a risolvere problemi che nascono ben oltre il campo. Ma affidarsi ai nomi del passato non significa riformare il calcio italiano: significa prendere atto che il progetto del cambiamento è già fallito.
Per questo, più che di rivoluzione, si dovrebbe parlare di restaurazione. E il primo bilancio politico di questa vicenda riguarda proprio Giovanni Malagò: il progetto costruito con Maldini e Leonardo è durato appena sedici giorni. In qualsiasi organizzazione, un fallimento così rapido imporrebbe una seria riflessione anche sulla leadership che lo ha promosso. Nel calcio italiano, invece, sembra che a cambiare siano sempre gli altri.
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