Erri De Luca e De Gregori, gli idoli della sinistra “processati” dalla sinistra del pensiero unico

0
Condividi
40 Visite

Sui social c’è un prode tipo, una specie di content creator che si vanta di aver buttato nel cassonetto tutti i libri di Erri De Luca. Il post, condiviso migliaia di volte, ha raggiunto quasi un milione e mezzo di visualizzazioni ed è solo uno dei tanti esempi che alimentano il rogo immaginario che divampa attorno alle opere dello scrittore napoletano, in un vasto campionario di insulti, contumelie e memetica da scuole medie, con De Luca vestito come un gerarca del Terzo Reich e i suoi romanzi disposti accanto alla tazza del cesso, come altrettanti rotoli di carta igienica.

Le affermazioni di De Luca che si dice «sionista» e nega che a Gaza sia in corso un genocidio sono ovviamente discutibili, dal punto di vista etico e fattuale ma in fondo chiamano in causa solo lui. La reazione schiumante dell’orda digitale invece chiama in causa tutti noi, il nostro rapporto con la parola pubblica, con il giudizio morale con quel meccanismo morboso che da individui ragionevoli ci trasforma in branchi di lupi.

La stessa muta maccartista che in queste ore si sta scagliando contro un altro personaggio pubblico, il cantautore romano Francesco De Gregori, colpevole di aver pronunciato una frase che in un paese normale avrebbe meritato al massimo un’alzata di spalle: «Non c’è bisogno che gli artisti si schierino, io non do lezioni a nessuno».

Per la muta affermare che un cantante, un attore, un regista non debbano necessariamente trasformarsi in agitatori politici equivale a una forma suprema di diserzione e di tradimento. Peraltro da sempre Francesco De Gregori fa della ritrosia e dell’ermetismo una cifra esistenziale; i meno giovani ricorderanno la surreale (e fascista) irruzione del 1976 al Palalido di Milano quando un gruppo di militanti di Autonomia Operaia invase il palco, costringendo il cantautore a subire un processo pubblico perché troppo «borghese» e invitandolo a suicidarsi.

Non si tratta di stabilire se De Luca abbia torto o ragione, né se De Gregori sia troppo prudente o troppo ambiguo, è una questione di clima e di spirito cannibale, è questa strana euforia punitiva che attraversa i social ogni volta che qualcuno devia dal canone stabilito creando nel pubblico una ferita identitaria. Non basta avere opinioni, bisogna esibirle e farlo nel formato corretto, pronunciare le parole giuste, usare il lessico autorizzato, manifestare il grado adeguato di indignazione corale. L’importante non è tanto capire la realtà quanto certificare la propria appartenenza morale davanti alla platea, magari con una frase sulla Palestina durante una premiazione o contro Donald Trump dal palco di un festival musicale.

Dentro questa dinamica lievita una nevrosi collettiva che certifica il nostro rapporto distorto con le celebrità e gli intellettuali; continuiamo a pretendere dagli artisti una specie di purezza pedagogica, vogliamo che cantino bene, scrivano bene, pensino bene, votino bene, parlino bene, reagiscano come ci piace a noi. Devono essere simultaneamente talentuosi, empatici, lucidi, progressisti, irreprensibili. Una forma aggiornata del santo laico; e quando questo personaggio di finzione non coincide con le nostre visioni, la delusione assume immediatamente toni adolescenziali. Il tradimento, la rabbia, perfino il desiderio di punizione nascono spesso da un meccanismo affettivo sproporzionato: avevamo trasformato uno scrittore o un cantante in un’estensione della nostra identità morale. Per questo la sua deviazione ci appare insopportabile.

Come l’adolescente che scopre che il proprio idolo non è la persona che aveva immaginato e allora strappa i poster dalla cameretta. In fondo il rito del libro buttato nel cassonetto è esattamente questo: una sceneggiata di separazione affettiva, solo che nel frattempo, e non si sa per quali oscure ragioni, ci siamo convinti che queste manifestazioni isteriche coincidano con l’impegno civile. Il dramma è che tutto ciò produce un rapporto sempre più povero, stereotipato e conformista con la cultura, i libri non vengono più letti come opere contraddittorie, autonome, vive, separate dal proprio autore, diventano test psicometrici sull’autore stesso. L’arte smette di sorprenderci, per asservirsi alla vulgata dominante, una vulgata che viene dal basso. Con il confronto pubblico che si trasforma inesorabilmente in una gigantesca recita morale dove il cittadino-spettatore controlla ossessivamente che ogni personaggio famoso pronunci la battuta giusta al momento giusto.

 

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
  • Fascinated
  • Happy
  • Sad
  • Angry
  • Bored
  • Afraid

Commenti