Visite: 11.186
740 Visite
Alla cortese attenzione della Redazione, scrivo questa lettera come semplice cittadino, possessore di veicolo elettrico e membro attivo di numerose community italiane dedicate alla mobilità elettrica. Sono calabrese e mi trovo fuori sede rispetto al territorio napoletano, ma ciò che sta accadendo nelle ultime settimane tra Napoli, Chiaiano, Mugnano, Marano, Villaricca e Giugliano è ormai diventato argomento quotidiano all’interno dei gruppi EV italiani: colonnine HPC (colonnine di ricarica per veicoli elettrici) ad alta potenza sistematicamente aperte, smembrate e svuotate per rubare i moduli di potenza interni (“power stack”). Le immagini allegate parlano da sole. Non si tratta di semplici danneggiamenti. Non si tratta di vandalismo occasionale.
Non si tratta del classico furto di rame. Qui siamo davanti a infrastrutture industriali ad alta potenza letteralmente cannibalizzate pezzo per pezzo, con rimozione mirata di componentistica elettronica di enorme valore economico e tecnologico. Cabinet aperti, moduli interni asportati, cablaggi esposti, sistemi resi completamente inutilizzabili. In alcuni casi resta soltanto lo scheletro metallico della stazione. È importante inoltre evidenziare un aspetto che dovrebbe far riflettere profondamente. Il fenomeno del taglio dei cavi di ricarica, spesso finalizzato al recupero del rame, è purtroppo noto in diverse parti d’Europa. Tuttavia, ciò che si sta osservando nel napoletano appare di tutt’altra natura: non semplici cavi recisi, ma colonnine interamente aperte e smontate metodicamente per asportare specifici moduli elettronici interni. Questo dettaglio cambia completamente la natura del fenomeno. Perché chi opera in questo modo non sembra agire improvvisando.
Serve tempo, serve una certa conoscenza tecnica, serve sapere dove intervenire e quali componenti rimuovere. E soprattutto nasce spontanea una domanda inquietante: dove finiscono questi apparati industriali? La natura sistematica e tecnica delle asportazioni lascia inevitabilmente ipotizzare l’esistenza di canali di ricettazione o comunque di soggetti interessati all’acquisto di tale componentistica. Ma vi è un ulteriore aspetto che oggi sta generando crescente rabbia e indignazione tra moltissimi utenti della mobilità elettrica. Molte delle infrastrutture colpite risultano installate da ENEL X / Enel, società che negli anni ha beneficiato di ingenti investimenti e incentivi pubblici per la realizzazione della rete nazionale di ricarica elettrica.
Parliamo quindi di infrastrutture costruite anche grazie a soldi pubblici, presentate ai cittadini come fondamentali per la transizione energetica del Paese e per il futuro della mobilità sostenibile che inevitabilmente hanno anche incentivato l’acquisto di un’auto elettrica. Eppure oggi, davanti a colonnine devastate, smembrate e completamente svuotate, ciò che colpisce non è soltanto il furto in sé, ma l’impressione di totale abbandono successivo. Numerosi utenti segnalano infatti come molte stazioni colpite, in particolare quelle riconducibili alla rete ENEL X / Enel, non vengano ripristinate nemmeno dopo settimane o mesi, lasciando intere aree prive di ricarica rapida. I cittadini hanno finanziato queste infrastrutture attraverso incentivi, fondi pubblici e investimenti sostenuti indirettamente dalla collettività.
Le aziende hanno incassato finanziamenti, contributi e visibilità legati alla transizione elettrica. Ma nel momento in cui tali infrastrutture vengono smembrate e distrutte, sembra non esistere alcuna reale urgenza nel ripristinarle. La percezione crescente tra gli utenti è quella di infrastrutture inaugurate con grande enfasi mediatica e istituzionale, ma successivamente lasciate al degrado e all’abbandono nel momento in cui diventano economicamente “scomode” da riparare. Ed è proprio qui che nasce l’indignazione di moltissimi cittadini: soldi pubblici utilizzati per installare infrastrutture strategiche che, una volta devastate, sembrano improvvisamente sparire dalle priorità di chi avrebbe il dovere di garantirne il ripristino e la continuità del servizio.
Eppure, nonostante la gravità evidente delle immagini e il crescente numero di episodi segnalati dagli utenti, il livello di attenzione pubblica e mediatica resta sconcertantemente basso. La domanda che molti possessori di auto elettriche iniziano a porsi è semplice: possibile che tutto questo stia avvenendo nel quasi totale silenzio? Perché se soggetti criminali stessero assaltando distributori tradizionali di carburante, smontando pompe di benzina, devastando impianti e lasciando intere stazioni inutilizzabili, la notizia sarebbe già ovunque: · aperture dei telegiornali; · dibattiti politici; · dichiarazioni istituzionali; · allarme sicurezza; · indignazione nazionale. Nel caso delle infrastrutture elettriche, invece, sembra quasi che ci si sia abituati all’idea che possano essere distrutte nell’indifferenza generale. Ma queste non sono “semplici colonnine”. Sono infrastrutture energetiche strategiche, apparati industriali dal valore di decine o centinaia di migliaia di euro, parte integrante della rete di mobilità moderna e della transizione energetica che lo stesso Paese continua pubblicamente a promuovere. Ogni stazione smembrata significa: · cittadini lasciati senza servizio; · aree intere prive di ricarica rapida; · tempi di ripristino lunghissimi; · danni economici enormi; · sfiducia crescente verso l’affidabilità dell’infrastruttura pubblica. E mentre nei gruppi EV italiani non si parla praticamente d’altro, all’esterno sembra non esistere alcuna reale percezione della gravità del fenomeno.
Ancora più inquietante è il fatto che, a fronte di episodi che appaiono sempre più seriali e organizzati, non emergano pubblicamente notizie significative relative ad arresti o operazioni di contrasto proporzionate alla dimensione del problema. La sensazione, condivisa ormai da moltissimi utenti, è che si stia sottovalutando qualcosa che va ben oltre il semplice furto: si stanno colpendo infrastrutture critiche della mobilità contemporanea.
Se un territorio non riesce nemmeno a proteggere le proprie infrastrutture energetiche pubbliche da smembramenti sistematici, il problema non riguarda più soltanto il mondo dell’auto elettrica. Diventa un problema di sicurezza, di credibilità istituzionale e di tutela del patrimonio infrastrutturale. Con questa lettera si auspica che la stampa voglia finalmente accendere i riflettori su quanto sta accadendo, rompendo un silenzio che, giorno dopo giorno, rischia di normalizzare l’inaccettabile. In allegato si trasmettono alcune immagini rappresentative dello stato delle infrastrutture danneggiate.
Cordiali saluti.
G.R.
























