350 Visite
C’è un filo rosso che attraversa la Campania e, più in generale, il Mezzogiorno: non è l’ideologia, non è la visione, non è neppure l’emergenza. È il potere. La sua conquista, la sua conservazione, la sua distribuzione. Tutto il resto è contorno, spesso mal recitato.
Il “caso Campania” è emblematico. Roberto Fico, per vincere, deve stringere accordi con chiunque: da De Luca a Mastella, fino a Cesaro. Accordi trasversali, necessari, inevitabili — si dirà — ma che raccontano una politica ridotta a pura aritmetica del consenso. Poi c’è De Luca che, una volta dentro, piazza i fedelissimi in giunta e muove i pezzi come in una partita a scacchi personale, arrivando quasi a “costringere” il sindaco di Salerno alle dimissioni per riaprire la partita della candidatura. Il potere che si autoalimenta, senza nemmeno più il pudore della forma.
Cuomo, ancora formalmente sindaco di Portici, viene nominato in giunta Fico prima che siano trascorsi i 20 giorni canonici per l’efficacia delle dimissioni. Intanto, la pantomima delle commissioni, un bilancio che non arriva, procedure che diventano dettagli fastidiosi. Le regole valgono finché non intralciano.
E poi i comuni. Giugliano, in primis, dove ampi settori del centrodestra hanno sostenuto e sperato nel non scioglimento per mafia dell’ente, ancora in mano alla sinistra, nonostante una continuità con il passato che appare evidente a chiunque, tranne che a prefettura e Viminale. Marano, sciolta per mafia cinque volte, quasi sempre sotto amministrazioni di centrosinistra. Caserta, sciolta anch’essa, ancora una volta nel segno del PD. Torre Annunziata sull’orlo del commissariamento, con una commissione d’accesso appena arrivata. Pomigliano e Giugliano “salvate” da chissà quale entità superiore, guidate da sindaci di tradizione socialista.
Nel frattempo, il Movimento 5 Stelle, che doveva essere l’alternativa morale, in provincia di Napoli arruola personaggi discussi e discutibili. Mugnano e Quarto vengono deturpati dal cemento sotto giunte stabilmente di centrosinistra. L’area vesuviana è saldamente nelle mani del consigliere regionale dem Casillo, in una gestione che assomiglia più a un feudo che a un mandato temporaneo.
Lo schema si ripete altrove. Emiliano, magistrato, finisce il mandato e non accetta l’uscita di scena: prima spinge per un assessorato, poi ottiene una consulenza da 11 mila euro al mese.
Il punto non è più — o non solo — la mafia. È qualcosa di diverso, forse peggiore: una clientela istituzionalizzata, normalizzata, accettata come dato strutturale. Non l’eccezione, ma la regola. Il potere non serve a governare, ma a distribuire incarichi, consulenze, protezioni, micro-vantaggi. Una rete infinita che soffoca tutto: competenze, merito, futuro.
E il centrodestra? Ha smesso di combattere. Si accontenta delle briciole, di qualche posto, di qualche accordo sottobanco. Non propone un’alternativa, non scardina il sistema: ci si adatta, si sopravvive, si partecipa.
Come diceva un amico, al Sud la classe politica è letteralmente assetata di poteri e incarichi. È una sete che non si placa mai, perché non nasce dal bisogno di cambiare le cose, ma dalla paura di restare fuori dal giro. E finché questo sarà il paradigma dominante, ogni indignazione resterà un esercizio retorico, buono per un editoriale, inutile per la realtà.

