È stato depositato al TAR Lazio, nei giorni scorsi, il ricorso di 31 pagine con cui Matteo Morra, ex sindaco di Marano sciolto per mafia a settembre, tenta di ribaltare il decreto di scioglimento.
Il documento è firmato dall’avvocato Lentini, professionista salernitano, noto per essere il legale di Vincenzo De Luca, che rappresenta Morra e che chiede l’annullamento dell’intera procedura prefettizia e ministeriale.
Il ricorso contiene argomentazioni che, almeno in parte, seguono la consolidata giurisprudenza in materia — ad esempio la necessità di provare concretamente il condizionamento mafioso e non solo il “pericolo” — ma dentro quelle 31 pagine si trovano anche almeno quattro o cinque tesi difficilmente difendibili, su cui il TAR non potrà non soffermarsi.
1. La vicenda del regolamento sulla videosorveglianza: non proprio come raccontato
Nel ricorso si sostiene che il Comune avesse il sistema di videosorveglianza “funzionante” e che l’unico vulnus fosse l’assenza temporanea del regolamento. La versione, tuttavia, non risponde al vero:
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il regolamento è stato approvato solo dopo due anni e solo dopo fortissime pressioni mediatiche;
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numerose telecamere risultavano non funzionanti, come certificato dalla Polizia Municipale, che segnalò la necessità di manutenzione ancor prima dell’effettiva messa in esercizio;
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il rimpallo di responsabilità tra uffici non ha mai portato a nessuna contestazione disciplinare, segno di una gestione tutt’altro che “fisiologica”.
Difficile, dunque, sostenere che il Comune avesse un sistema “pienamente operativo” e che tutto fosse solo un dettaglio regolamentare.
2. Autopark: ci si muove solo dopo la segnalazione dei carabinieri e alcune auto spariscono
Il ricorso minimizza anche la vicenda dell’area Autopark, oggetto di interdittiva antimafia. La realtà, però, è diversa:
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il Comune è intervenuto solo dopo che la Compagnia dei Carabinieri sollecitò formalmente la Polizia Locale;
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l’episodio più grave non è nemmeno citato nel ricorso: alcune auto sequestrate sono scomparse subito dopo il sequestro e non erano mai state catalogate.
Un buco nero amministrativo che difficilmente potrà essere liquidato come semplice “irregolarità gestionale”.
3. L’avvocato convenzionato: proroga senza basi
Morra difende la conferma dell’avvocato convenzionato inserito dai precedenti commissari. Ma l’attuale commissione straordinaria, arrivata dopo Morra, ha ben chiarito che:
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non vi erano i presupposti per prorogare quell’incarico;
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la proroga è stata disposta in maniera del tutto discrezionale, senza passare da una procedura competitiva.
Altro punto debole del ricorso.
4. Sanatoria abusi San Rocco: voluta da atto di giunta
Il ricorso difende la scelta di “sanare” gli abusi relativi alla scuola San Rocco, sostenendo che il Comune fosse costretto. Tuttavia:
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è vero che la struttura “Galeota” non era disponibile;
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il Comune non ha cercato però alternative, nonostante vi fossero immobili pubblici utilizzabili;
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la sanatoria degli abusi del proprietario di quella che non era una scuola, ma un edificio privato abusivo, è stata voluta direttamente da un atto di giunta, una delibera, senza alcuna necessità tecnica urgente.
Un passaggio quantomeno opaco e difficile da sostenere.
5. Antimafia: dimenticati i vincoli specifici per gli enti sciolti
Il ricorso sostiene che il Comune potesse procedere in attesa degli esiti prefettizi. In realtà:
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gli enti già sciolti per mafia, per 5 anni, devono attendere gli esiti della Prefettura prima di qualsiasi affidamento o decisione amministrativa;
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alcune assegnazioni sarebbero state avviate a ridosso delle scadenze, in qualche caso, secondo alcuni, proprio per aggirare i tempi prefettizi.
Un ricorso con poche luci e diverse ombre
Il ricorso dell’ex sindaco Morra è costruito discretamente in alcuni punti, dove poggia su elementi giuridici reali (come la non sufficienza delle mere irregolarità gestionali). Ma in altri passaggi contiene affermazioni smentite dai fatti o ricostruzioni parziali che non reggono a un confronto con la documentazione raccolta negli anni ed evidenziata dal Viminale in sede di richiesta di scioglimento.
Molto probabilmente i legali hanno dovuto impostare la difesa senza poter leggere la relazione integrale della Commissione di accesso, ancora piena di omissis: sarà il TAR Lazio a chiederla e i tempi si allungheranno fino alla primavera.
Si rilevano quattro o cinque evidenti panzane nel ricorso predisposto dal legale, il quale, sebbene abbia lavorato sulla relazione “zeppa omissis”, ha dovuto, giocoforza, produrre un ricorso poco articolato e volutamente generico. La domanda, ora, è una sola: i giudici del TAR abboccheranno ad alcune tesi? Lo sapremo nei prossimi mesi.
Quanto alla vicende parentele e frequentazioni scomode, abbiamo preferito non addentrarci poiché sono note e da anni.
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