IL CASO PIANTEDOSI, IL MINISTRO DELLA LEGA CHE NON SCIOGLIE I COMUNI DI SINISTRA. DA BARI A GIUGLIANO, PASSANDO PER MARANO E POMIGLIANO

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C’è un principio fondamentale alla base della legge sugli scioglimenti dei comuni per infiltrazioni mafiose: la prevenzione. Non si tratta di attendere sentenze, né di aspettare che gli atti illeciti diventino reati conclamati. La norma parla chiaro: bastano indizi concreti di condizionamento mafioso nella gestione dell’ente per giustificare il commissariamento. Eppure, negli ultimi mesi, questo principio sembra essersi fatto meno saldo nelle mani del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.

Il caso più emblematico è quello di Bari. La prefettura ha lavorato per sei mesi, raccogliendo documenti, testimonianze e rapporti delle forze dell’ordine. La relazione conclusiva è stata ritenuta, da fonti qualificate, articolata e preoccupante. Ma il Comune non è stato sciolto.

Non va meglio in Campania, dove in alcuni comuni del NapoletanoGiugliano, Pomigliano d’Arco, Marano – la situazione è simile. Le commissioni d’accesso hanno concluso da settimane il proprio lavoro, ma il ministero non ha ancora adottato alcun provvedimento. E c’è un elemento nuovo che rende la situazione ancora più anomala: la Prefettura di Napoli non ha concesso le consuete proroghe alle commissioni, come invece avveniva regolarmente in passato quando l’istruttoria richiedeva approfondimenti ulteriori. Un segnale inequivocabile che si voleva chiudere in fretta. Eppure, ancora una volta, tutto tace.

A questo punto, è lecito chiedersi: qual è la linea politica del ministro Piantedosi?

Designato al Viminale in quota Lega, Piantedosi è stato presentato come un tecnico di polso, attento ai temi della sicurezza e della legalità. Ma il suo approccio sugli scioglimenti appare tutt’altro che inflessibile. I casi più controversi sembrano riguardare amministrazioni di centrosinistra, e il sospetto – legittimo, in assenza di spiegazioni ufficiali – è che stia prevalendo un calcolo politico.

In molti ricordano le sue relazioni personali con figure di spicco del centrosinistra campano, come il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e il leader centrista Clemente Mastella. Rapporti consolidati, che inevitabilmente sollevano interrogativi quando si osserva tanta prudenza su realtà amministrative finite sotto i riflettori per gravi sospetti d’infiltrazione.

Naturalmente, nessuno chiede decisioni affrettate o arbitrarie. Ma l’inazione davanti a relazioni dettagliate e istruttorie chiuse è difficilmente giustificabile. La legge sugli scioglimenti nasce come strumento di tutela preventiva, per evitare che la criminalità organizzata condizioni la macchina amministrativa. È un presidio democratico, non un atto punitivo.

Se il Viminale non agisce quando gli elementi ci sono – o addirittura evita di spiegare il perché della sua inerzia – si corre il rischio di svuotare la legge del suo significato. E soprattutto, si mina la fiducia dei cittadini nello Stato e nella sua capacità di garantire legalità senza guardare al colore politico.

Per un ministro che si vuole tecnico e imparziale, questa è la vera cartina di tornasole. Una cosa però l’ha fatta Piantedosi: ha sciolto il Comune di Melito, a guida centrodestra, con un sindaco arrestato e poi, a processo, in primo grado, scagionato da ogni accusa.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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