Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, torna a scuotere il panorama politico e istituzionale con un doppio affondo: da una parte, ribadisce la sua intenzione di ricandidarsi per un terzo mandato alle prossime elezioni regionali; dall’altra, critica duramente la nomina del generale Giuseppe Vadalà a commissario per la Terra dei Fuochi.
Il punto centrale della discussione rimane la questione del terzo mandato. De Luca non ha nascosto la sua volontà di continuare alla guida della Regione, nonostante il limite imposto dalla legge regionale che prevede la possibilità di un solo secondo mandato consecutivo. Al centro del dibattito c’è la legge campana che consente una terza candidatura per il governatore, una norma che è stata impugnata dal governo. L’udienza davanti alla Corte Costituzionale è fissata per il 9 aprile, e De Luca ha espresso la speranza che la Consulta chiarisca definitivamente la questione delle candidature, senza fare ulteriori previsioni: «Non vado oltre», ha dichiarato, con la sua solita retorica polemica contro i «rappresentanti politici a Roma che non rappresentano niente».
In merito all’impugnazione della legge campana, De Luca ha mostrato un forte senso di difesa della Regione: «Quattro Regioni hanno fatto la stessa legge elettorale, solo una è stata impugnata, quella della Campania. È un’interpretazione del diritto che si allarga e si restringe a seconda delle convenienze», ha affermato, criticando la decisione del governo di portare la legge davanti alla Corte. Il presidente della Regione ha sostenuto che le Regioni, in quanto enti costituzionali, dovrebbero poter decidere in autonomia sulle proprie normative, senza interferenze statali, a meno che non si decida di sciogliere le stesse Regioni.
Parallelamente, De Luca ha affrontato la questione della Terra dei Fuochi, una delle problematiche più gravi e persistenti della Campania, legata alla gestione dei rifiuti e alla contaminazione del territorio. Il governo ha recentemente nominato il generale Giuseppe Vadalà a commissario per la bonifica dell’area, ma De Luca non ha risparmiato critiche. «Abbiamo nominato un commissario rischiando di determinare un danno di immagine», ha dichiarato, mettendo in dubbio l’efficacia della nomina. Il presidente ha fatto notare che il commissario è arrivato senza fondi sufficienti per avviare le bonifiche, suggerendo che la nomina potrebbe rivelarsi più simbolica che concreta. Nonostante le difficoltà, De Luca ha ribadito che la Campania ha ereditato un disastro ambientale, senza essere responsabile dei crimini commessi in passato.
Intanto, sul fronte giuridico, il presidente del Tar Campania, Vincenzo Salamone, ha lanciato un altro allarme, mettendo in luce le difficoltà economiche e logistiche che ostacolano la bonifica del territorio, in particolare quando i proprietari delle terre sono privi di risorse per finanziare i lavori. La situazione è aggravata anche dalla presenza di infiltrazioni camorristiche, che pesano su settori strategici, compresi quelli legati agli investimenti del PNRR.
Nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, altri temi cruciali sono emersi: i crescenti ricorsi legati alle difficoltà delle famiglie di alunni con disabilità, la scarsità di risorse per i comuni italiani, e le criticità del welfare. Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha lamentato i tagli ai fondi per i Comuni, una piaga che colpisce duramente i servizi per i cittadini, mentre il prefetto Michele Di Bari ha sottolineato il buon andamento delle interdittive antimafia, nonostante le difficoltà.
Il discorso di De Luca si è concluso con una battuta provocatoria, che ha suscitato l’ironia della platea: «Siamo l’unico Paese che ha 4 forme di controllo per la pubblica amministrazione», ha detto, alzando le mani al cielo con un sorriso. In quel momento, il presidente ha richiamato anche la sua recente condanna da parte della Corte dei Conti, per un risarcimento relativo alle controversie sulle “Covid card”, simbolo di uno dei molti dossier aperti nella gestione dell’emergenza sanitaria.
La giornata ha visto anche un segno di solidarietà nei confronti della magistratura, con una coccarda indossata da tutti i giudici in segno di sostegno per la loro funzione, al centro della recente riforma voluta dal governo.
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