Marano, il pestaggio dell’albanese nella palestra di Kamel. Ecco come è nata l’indagine che ha portato all’arresto di sei persone

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Dalle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip di Napoli su richiesta dei magistrati della Dda, emergono molti particolari in merito al pestaggio di un albanese, a lungo residente a Marano, da parte di alcuni soggetti che gli avrebbero poi intimato di allontanarsi dalla città. Un episodio, avvenuto un paio di anni fa nella palestra gestita dal tunisino Kamel Rahmani (nella foto), già noto alle cronache giudiziarie, ricostruito dagli inquirenti impegnati in una indagine sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina proprio nel comune di Marano. I carabinieri erano sulle tracce di Erius Bracaj (nella foto in basso), albanese oggetto di misura cautelare nei mesi scorsi insieme al tunisino Rahmani e una dipendente del comune di Marano.

L’attività di localizzazione dei due stranieri aveva consentito ai militari di appurare che Bracaj Erius si trovava in Toscana, a San Giovanni Valdarno, ed è lì che nei mesi scorsi, la mattina del 15 giugno, fu tratto in arresto.

Quel giorno Bracaj, secondo quanto riportato nell’ordinanza, aveva reso ai carabinieri alcune dichiarazioni confidenziali in ordine ai motivi che l’avevano indotto a lasciare Marano. L’albanese riferì al carabinieri che gli stavano notificando gli atti testuali parole: “Sono stato cacciato, sapete come funziona a Marano no?”. Il verbalizzante, intuita la gravità della cosa, aveva poi formulato altre domande e l’albanese aveva aggiunto: “Hanno detto che ho picchiato E., la mia compagna, e Kamel mi aveva chiamato nella sua palestra. Quando andai a trovarlo trovai Celestino (De Fenza, ndr), Pacci Pacci (Baiano Pasquale, ndr), Biscotto (Ciro Marra, ndr), il nipote e altra gente di cui non ricordo i nomi”.

Parole confermate anche in sede di interrogatorio davanti al gip che aveva emesso la misura cautelare per la faccenda dell’immigrazione clandestina.

Bracaj, in sostanza, aveva spiegato che, una volta interrotto il rapporto sentimentale con E., costei gli avrebbe promesso di fargliela pagare e aveva finto di esser stata picchiata dal cittadino albanese, lamentandosi della cosa con alcuni soggetti contigui al clan Orlando, uno dei quali divenuto nel frattempo il compagno della donna.

I soggetti orbitanti nel mondo del crimine organizzato maranese si sarebbero rivolti a Kamel Rahmani, amico di Bracaj e loro referente per gli stranieri presenti sul territorio, per poterlo attirare in una trappola e picchiarlo. Bracaj fu indotto a presentarsi nella palestra del tunisino Kamel dove sarebbe stato poi circondato e aggredito da una decina di uomini, di cui conosceva i loro nomignoli. L’albanese sarebbe stato costretto, in seguito, a consegnare a Kamel 500 e passa euro che lo stesso avrebbe anticipato “agli amici di Marano” per consentirgli di rimanere a Marano, anche se lui aveva poi deciso di rifarsi una vita altrove.

Nel corso dell’interrogatorio reso davanti al pm, il Bracaj aveva fatto ulteriore luce sui fatti di due anni prima aggiungendo una serie di particolari: “Quando ho lasciato la mia compagna lei mi ha detto che mi avrebbe rovinato”. E ancora: “Poi ha messo in mezzo la gente malavitosa ed è successo un casino e sono dovuto andare via”. “Erano in 12 contro 1, purtroppo in mezzo c’era anche Kamel. Mi ha attirato in una trappola, mi ha detto vieni un attimo in palestra, ho visto 12 di loro e poi non ho capito più nulla”.

Bracaj, nel corso dell’interrogatorio, aveva inoltre evidenziato che la sua ex compagna si era recata anche dai carabinieri per denunciarlo, sostenendo di esser stata vittima di violenza ma senza mai presentare un referto medico.

“Me l’hanno detto i carabinieri che è andata tre-quattro volte in caserma, ma non ha mai portato un referto e loro hanno capito che si trattava di una bugia”.

In merito al pestaggio: “Mi hanno anche detto che dovevo fare le valigie, che dovevo andar via da Marano e ho dovuto pagare anche 500 euro per restare lì. Dovevo andare via perché avevo picchiato E. Ma io non bevo, non fumo, non era vero niente. La mia compagna, dopo che si è lasciata con me, si è messa con il fratello di uno che sta in mezzo alla via con loro”.

I fatti del 13 febbraio del 2018.

“Un paio di giorni prima di San Valentino, la sera prima che E. era andata fuori al bar, Kamel mi chiamò e mi chiese se avevo picchiato la mia ex. Io risposi di no e lui mi disse che l’indomani dovevo raggiungerlo fuori alla palestra, la sua, a via Ranucci, perché doveva farmi un’imbasciata”.

Bracaj aggiungeva poi che qualche giorno prima della sua aggressione, la sua ex fidanzata gli aveva passato al telefono un uomo che l’aveva minacciato di sparargli se non fosse andato via di casa. Un uomo che Bracaj avrebbe poi incontrato, qualche tempo dopo, fuori al Truglio, nei pressi di un distributore di carburanti ricevendo dal soggetto nuove minacce.

L’albanese racconta: “Sono andato nella palestra di Kamel perché avevo la coscienza pulita e sapevo di non aver picchiato E. Quando sono entrato in palestra mi è sembrato strano che non ci fosse nessuno, perché nella palestra di Kamel di solito c’è gente fino alle 22 di sera. Ad aprirmi la porta venne proprio Kamel e poco dopo vidi scendere dal piano una decina di persone. Poi ho ricevuto un pugno in faccia e sono stato aggredito brutalmente. Ho chiesto le ragioni del pestaggio, ma loro hanno continuato a picchiarmi dicendomi che se non andavo via da Marano mi avrebbero sparato. Alla fine dell’aggressione Kamel mi disse di non denunciare e, se fossi andato in ospedale, di dire che avevo fatto un incidente in motorino. Successivamente Kamel venne a casa di mia zia e del suo compagno e disse che per stare tranquillo avrei dovuto sborsare 525 euro da consegnare a lui, che a sua volta avrebbe dovuto fare un regalo, un orologio, a una persona di cui non so il nome. I soldi li anticipò mio zio. Dopo una settimana venne di nuovo a casa di mia zia e mi portò da Celestino e Pacci Pacci e dinanzi a loro, davanti alla sua palestra, disse “tutto apposto” e Celestino disse tutto apposto. Da allora non ebbi più problemi. Solo qualche mese dopo, di ritorno da Roma dove stavo lavorando, incontrai la mia ex con il suo compagno in una pompa di benzina e questi mi disse che dovevo andare via da Marano altrimenti mi avrebbe sparato. Ebbi un litigio con questa persona”.

Le circostanze del pestaggio sono state confermate da una terza persona, che ha riferito agli inquirenti che nel febbraio del 2018 Bracaj tornò a casa con un occhio nero, labbro rotto, zoppicava e faceva fatica a respirare e che il tutto sarebbe stato originato da un litigio, una discussione, tra il Bracaj e l’ex compagna. L’uomo avrebbe sborsato anche i 525 euro richiesti da Kamel per “apparare il tutto”.

Nell’ordinanza c’è anche una lunga conversazione telefonica tra Kamel e Bracaj, con il tunisino che torna più volte sull’argomento del pestaggio e dice di essere dispiaciuto per l’accaduto, scaricando le colpe “su quelli là”, che avrebbero creduto alle parole della donna che accusava l’albanese. In un’altra conversazione il tunisino si lamenta con insistenza, invece, di non aver ricevuto ancora i 520 euro e che stava rischiando di fare una brutta figura.

 

 

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