E’ ormai un 5 Stelle spaccato in mille rivoli e correnti: dai governisti agli anti Pd

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse 23-09-2017 Rimini Politica Italia 5 Stelle 2017 - Luigi Di Maio proclamato candidato premier Nella foto Beppe Grillo, Luigi Di Maio Photo Roberto Monaldo / LaPresse 23-09-2017 Rimini (Italy) Italy Five Stars 2017 In the photo Beppe Grillo, Luigi Di Maio
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I governisti

Se fino a non poco tempo Di Maio poteva contare su una cerchia di fedelissimi disposta a seguirlo in tutte le sue avventure governative, ora anche chi siede nel Consiglio dei ministri inizia a prendere le distanze dal capo politico. Se il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora su Facebook si era pubblicamente espresso a favore della ‘pausa elettorale’ in Emilia-Romagna e in Calabria, oggi il Guardasigilli Alfonso Bonafede, intervistato dal Fatto quotidiano, dice: “Non siamo un partito, e non dobbiamo puntare a diventarlo. Però è chiaro che dobbiamo ripensare tutto, compreso il fatto se dobbiamo avere o meno un capo. Ma non è un problema di persone, e di certo non lo è Di Maio”. Non sarà un problema di persone, ma è indubbio che certe frasi confermano il sospetto che tra Di Maio e l’ormai ex fedelissimo non scorra più buon sangue. Anche il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, secondo una recente ricostruzione de La Stampa (poi smentita dagli interessati), sarebbero scettici sulla linea politica tracciata e anche loro temono che Di Maio desideri tornare alle urne. Anche il fedelissimo Stefano Buffagni, viceministro allo Sviluppo Economico, ammette: “Il momento di debolezza del M5S è conclamato, ma è più profondo di quello che attiene la scelta di non candidare esponenti nelle regioni che andranno al voto, e richiede un momento di discussione come quella che avremo a marzo”.

I giallorossi della Camera

Chi, invece, spinge non solo per il proseguo del Conte-bis ma anche per la nascita di un’alleanza organica col Pd è l’ala degli ‘ortodossi’ guidata dal presidente della Camera Roberto Fico e dei suoi fedelissimi presidenti di Commissione Luigi Gallo (Cultura), Giuseppe Brescia (Affari Costituzionali) e Carla Ruocco (Finanze). Sempre sul versante giallorosso è molto attivo il deputato Giorgio Trizzino che si è fatto promotore di un documento in cui, in sintesi, si chiede a Di Maio di scegliere tra il governo e la guida del MoVimento. Alla luce delle recenti dichiarazioni di Grillo sembra che una simile richiesta non sarà esaudita (almeno non in tempi brevi), ma la linea tracciata non cambia: si va avanti col Pd. Senza dubbio a livello nazionale, mentre per le Regionali si prevede che i grillini si scanneranno o demanderanno la scelta, ancora una volta, alla piattaforma Rousseau.

I frondisti del Senato

Restando sempre a Palazzo Madama l’opposizione a Di Maio porta il nome di Emanuele Dessì, assurto alle cronache nazionali nel 2018 per una foto con il mafioso di Ostia Domenico Spada e perché s’era scoperto che viveva in una casa popolare pagando soltanto 7 euro al mese. Ebbene, Dessì, a fine settembre, si era già fatto promotore di un documento firmato da una 70ina di senatori che chiedevano anch’essi una drastica riduzione dei poteri del capo politico. E oggi la sua posizione non è cambiata e, pur apprezzando la svolta giallorossa, non le manda a dire:“Continuo a voler bene a Grillo, come ho sempre fatto. Soprattutto perché a rompere i coglioni me lo ha insegnato lui, e gli insegnamenti di un padre non si mettono mai da parte”, puntualizza. Gli altri giallorossi rimasti nel M5S sono rappresentati da Matteo Mantero e Virginia La Mura. Paola Nugnes, invece, ha aderito a LeU mentre Gregorio De Falco ed Elena Fattori sono finiti nel gruppo misto. Secondo Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, il voto di Rousseau “dimostra che l’uomo solo al comando scoppia”. Infine, la vicepresidente di Palazzo Madama Paola Taverna, ha commentato:“Ho votato sì e lo rivendico. Ma rivendico anche la necessità di dire: Houston abbiamo un problema!

I contrari all’alleanza col Pd

Tra i contrari all’alleanza col Pd, anche se non possono dirlo apertamente come vorrebbero, ci sono indubbiamente Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. Il primo, essendo capo politico e ministro degli Esteri, è tenuto ovviamente al silenzio, ma l’insofferenza per l’alleanza col Pd è ogni giorno sempre più palpabile. Anche Davide Casaleggio, finora, ha cercato di mantenere un ruolo piuttosto ‘super partes’ anche se non è sfuggito a nessuno quanto fosse stato diretto e inequivocabile il quesito relativo alla votazione per il Conte-bis, quasi come se il figlio del co-fondatore del M5S volesse far fallire l’operazione.

Alessandro Di Battista, invece, non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti dell’idea di fare un governo insieme a Matteo Renzi e Maria Elena Boschi e, pur di non sporcarsi le mani, è partito per l’Iran. Medesima contrarietà si è registrata nei senatori Michele Giarrusso, Massimo Bugani, Elio Lannutti e Gianluigi Paragone anche se quest’ultimo di recente sembra essersi riavvicinato un po’ a Di Maio. Giarrusso, che aveva fatto il gesto delle manette ai dem dopo che era uscita la notizia che i genitori di Renzi erano finiti ai domiciliari, in questi giorni aveva espresso una posizione molto critica: “Abbiamo anteposto, a un’identità fatta di battaglie concrete, post-ideologiche, un’occupazione di ministeri e poltrone”. Bugani, socio di Rousseau e consigliere comunale a Bologna, in agosto si era dimesso da vicecapo della sua segreteria particolare a Palazzo Chigi ed è andato a fare il capostaff di Virginia Raggi. Sempre nello stesso mese era stato molto critico verso l’alleanza con i dem e su Facebook aveva scritto: “Il Partito democratico vuole fare un governo per via della paura e non con il coraggio. Lo vuole fare per paura che Salvini governi da solo, per paura di andare tutti a casa e per paura di pentirsi di non averlo fatto”. In questi ultimi giorni si è detto piuttosto pessimista in vista delle elezioni Regionali in Emilia-Romagna e ha affermato:“Io vedo una lotta spietata per i posti di comando, per guidare la nave. Ma intanto imbarchiamo acqua. Quindi prima di tutto bisognerebbe chiudere le falle, per poter continuare a navigare”. Gli ex ministri Giulia Grillo Danilo Toninelli, pur non essendo degli agitatori di popolo, invece, sono stati danneggiati dalla nascita del Conte-bis e provano una certa insofferenza.

Fonte Il Giornale

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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