E’ stata una escussione importante, che si è sviluppata in un lungo arco temporale, almeno un paio d’ore, quella che ha visto protagonista l’ex sindaco di Marano Salvatore Perrotta (non indagato), chiamato a testimoniare al processo Pip che si celebra presso il tribunale di Aversa.
Perrotta è salito sul banco dei teste subito dopo l’ex assessore Sgariglia. L’ex primo cittadino è stato sottoposto dal pm Di Mauro a un fuoco di fila di domande.
I rapporti con i Cesaro, la questione degli espropri dei terreni di via Migliaccio, la nomina di Nico Santoro, progettista del Pip nominato da Bertini, la nomina dell’ingegner Pitocchi, la conferma di Biagio Sgariglia, assessore anche nella giunta Bertini, l’addio di Giovanni Micillo, ex dirigente del settore tecnico, i rapporti politici del tempo.
“Il Pip non era in cima ai miei pensieri amministrativi – ha dichiarato in aula l’ex sindaco – Il Pip era una creatura di Mauro Bertini. Io, nel periodo in cui fui sindaco, ho dovuto affrontare una serie di criticità, prima tra tutte l’emergenza rifiuti che mi costò anche una misura cautelare, il divieto di dimora, che mi costrinse a stare per diversi mesi fuori dal mio comune di residenza. Confermai l’architetto Sgariglia perché il suo nome mi fu indicato da Rifondazione comunista, partito per cui si era candidato alle elezioni del 2006. Poi lo sostituii nel 2008, alla luce di una serie di sviluppi e dinamiche politiche interne a quella maggioranza. Operai un rimpasto e Sgariglia fu sostituito assieme ad altri”.
Espropri.
“Sgariglia mi raccontò di una riunione che si tenne a San Rocco, a cui credo parteciparono, tra gli altri, Angelo Simeoli, meglio noto come Bastone, Mauro Bertini, ex sindaco, Raffaele Cesaro e Paolo Di Maro. Il motivo per cui fossero presenti tali persone non lo conosco. Ad ogni modo ribadisco che il Pip fu un’idea dell’illuminato (tono ironico, ndr) Bertini”.
Micillo-Pitocchi-Santoro
“L’ex dirigente Micillo, per alcuni anni a capo dell’ufficio tecnico, lasciò il Comune, per trasferirsi presso altro ente, da un giorno all’altro. Non me lo comunicò nemmeno personalmente. Avemmo dunque l’esigenza e la priorità di individuare un nuovo dirigente. Marano non può rimanere nemmeno un’ora senza dirigente del settore tecnico. Quando fu nominato Pitocchi ero in divieto di dimora. Al bando parteciparono tre professionisti (due erano di Marano, Sarno ed Esposito, ndr). Nuvoletti, all’epoca dei fatti mio vicesindaco, mi disse che il più titolato era Pitocchi. Non ero a conoscenza dei rapporti tra Pitocchi e i Cesaro. Quanto alla nomina di Santoro, è tutta da ascrivere a Mauro Bertini”.
I rapporti con Cesaro e le telefonate (alcune) con Raffaele.
“Li avrò incontrati poche volte al Comune, non ricordavo di queste telefonate (il pm fa riferimento a toni molto confidenziali tra Perrotta e Raffaele Cesaro, ndr). Ad ogni modo ci sentimmo al telefono soprattutto per affrontare la questione degli standard (aree che i Cesaro dovevano lasciare al Comune, ndr) dell’area Pip. Si discuteva in quel periodo se realizzare una scuola in quel comparto o spostare la sede del tribunale, che in quel periodo, essendo alcuni locali a rischio crollo, mi vide confrontarmi spesso anche con il presidente del tribunale di Napoli Carlo Alemi”.
Incompatibilità Pitocchi.
“Ci fu una campagna mediatica messa in atto soprattutto da Bertini. Diedi mandato al segretario generale dell’epoca, il dottor Aldo Ferrara, di verificare la condizione lavorativa di Pitocchi. Era noto che Pitocchi avesse una partita Iva accesa, che fu chiusa però dal dirigente nella primavera del 2010”. Il pm Di Mauro e il presidente del collegio, Chiaromonte, hanno chiesto a più riprese a Perrotta il motivo per cui l’ente da lui diretto impiegò più di un anno per “sanare” le anomalie del caso Pitocchi, tra l’altro segnalate anche dalla stampa, dall’ispettore ministeriale Vito Tatò e mediante una serie di interrogazioni consiliari e consigli comunali monotematici. Pitocchi, infatti, svolgeva attività dirigenziale non solo a Marano ma anche in altri comuni del Casertano.
“Temevo l’esplosione dell’ufficio tecnico, forse mi sono assunto una responsabilità grande, ma decidemmo di non revocare l’incarico a Pitocchi per non lasciare il comparto tecnico scoperto e in balìa delle onde. Lo scegliemmo sulla base della valutazione dei curricula pervenuti al Comune. Non ebbi alcuna pressione dai Cesaro. Non so dirle il motivo per cui Pitocchi sbloccò quasi subito le licenze dei capannoni che Micillo non aveva mai voluto sbloccare”.
Nel corso dell’udienza gli inquirenti hanno fatto riferimento anche all’episodio, datato 1997, che vide coinvolto Perrotta, aggredito brutalmente da personaggi ritenuti vicino alla malavita organizzata.
“Credo fosse legato alla mia attività politica. A quel tempo ero all’opposizione e mi opposi alla realizzazione di due lottizzazioni edilizie, la C12 e la C14”. Lottizzazioni edilizie che facevano gola ad aziende in odor di camorra. Perrotta dovrà ritornare in aula nei prossimi giorni: dovrà essere sottoposto infatti alle domande degli avvocati degli imputati.



























