Alzarsi in piedi per il prof: le buone maniere (perdute?) a scuola

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Buone maniere preziose per la vita, essenziali per presentarsi al meglio, per esempio, a un colloquio di lavoro. «Tu non rispetti il capo come individuo ma come capo. Nel caso della scuola, rispetti il ruolo dell’insegnante perché è lui che, insegnandoti la sua materia, ti insegna a vivere», ha scritto qualche tempo fa su Avvenire Ferdinando Camon, scrittore, in una difesa dell’«alzarsi in piedi»: «Tra studente e professore esiste una differenza di sapere e di ruolo; uno sa e dona il suo sapere, l’altro lo riceve e ringrazia. Il ringraziamento si esprime con l’alzata in piedi».

Un discorso, quello sul rispetto, che diventa sempre più urgente, perché è l’ingrediente che sembra mancare sempre più, nella scuola. Chi lancia il cestino sulla maestra, chi fa sesso sui banchi, chi fuma in cortile, chi smanetta sul cellulare: le declinazioni della maleducazione sono infinite. «E se non ci sono limiti, anticorpi alle sciocchezze che si fanno nella vita, la conseguenza – secondo lo psichiatra Paolo Crepet – è la fine di una comunità, una classe dirigente incompetente e priva di umiltà».

Un’esagerazione? È di questo avviso Daniele Novara, pedagogista: «Un cordiale “buongiorno” basta e avanza. Le forme basate su principi di autorità da Ancien Régime non funzionano». La scuola è «un laboratorio di apprendimenti – sostiene Novara – non una caserma, o un luogo per imparare il galateo». «Alzarsi in piedi per accogliere un insegnante – sostiene invece Elena Ugolini, preside del Malpighi di Bologna – non è un gesto militaresco ma una modalità per accogliere una persona con cui si inizia un percorso».

Una specie di argine, sostiene. «Se crollano le regole, si esce senza permesso, si parla senza rispettare i turni, si entra in ritardo senza conseguenze, il clima cambia, c’è confusione e diventa più difficile imparare». Ma se nella scuola di oggi molte formalità sono state (per fortuna) archiviate, da dove iniziare a insegnare a rispettare il prossimo? «Una volta si partiva dalle famiglie, o dall’integrazione tra scuola e famiglia», dice Novara. Oggi il sistema si è smontato: le famiglie sono fragili, i genitori si identificano con i figli più che con gli adulti. La scuola ha così più grandi responsabilità. Serve una padronanza professionale che non tutti hanno: saper gestire la classe, costruire una metodologia, tenere la distanza, saper motivare…». Solo con questi «numeri» un docente può pretendere rispetto.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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