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Sono passate meno di sei ore dall’ultimo bacio dato a suo figlio nel reparto del Monaldi. Patrizia Mercolino ha appena comprato il vestitino per la bara di Domenico e già si trova nello studio del suo legale, a Casalnuovo. Non è solo il dolore a muoverla. È la convinzione che la verità non sia stata detta subito.
Tutto comincia la sera del 22 dicembre, quando dall’ospedale la chiamano: c’è un cuore disponibile per il trapianto. Alle 22.30 la famiglia corre al Monaldi. Domenico dorme accanto alla madre quella notte. La mattina dopo, verso le 9.30, il bambino entra in sala operatoria. Il cuore arriva nel pomeriggio, alle 14.30. Patrizia non si allontana mai.
Poi, al termine dell’intervento, la chiamata: “C’è un problema”. Quale problema? “Il cuore non batte”. Una frase che spezza il mondo. Ma secondo la madre, ciò che è accaduto dopo è ancora più grave.
“Mi dicevano di stare tranquilla, che era stato attaccato all’Ecmo, che si aspettava di vedere se il cuore sarebbe ripartito. Oppure che era già in lista per un altro cuore”. Parole che oggi suonano come rassicurazioni incomplete, versioni parziali di una realtà che – sostiene – nel reparto era già chiara.
La domanda che pesa è una: quel 23 dicembre si era capito subito che qualcosa era andato irrimediabilmente storto? E se sì, perché non dirlo immediatamente ai genitori? Perché attendere che la vicenda emergesse all’esterno?
Patrizia non accusa un intero ospedale, che definisce “una grande struttura”, ma parla di persone precise che sapevano e non hanno parlato. “Tutti sapevano, ma nessuno ha detto niente. Hanno avuto paura. E io mi sono fidata di loro, gli ho affidato la vita di mio figlio”.
Per due mesi Domenico ha lottato attaccato all’Ecmo. Sessanta giorni di speranze, di bollettini, di attese. Oggi resta una madre che si sente tradita prima ancora che sconfitta. Perché la ferita non è solo la morte di un figlio, ma la sensazione che la verità – quella più dura, più cruda – non sia stata pronunciata subito.
Adesso la battaglia si sposta nelle aule giudiziarie. Non solo per accertare eventuali responsabilità mediche, ma per chiarire un punto che per la famiglia è centrale: quando si è capito che il cuore non batteva davvero più, e perché quella verità non è stata detta immediatamente.

