Lo stupro di Palermo: c’è chi piange e ammette responsabilità e chi ancora scarica sulla ragazza: “Era consenziente”

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Ragazzi dentro, un unico ragazzino fuori. Nella migliore tradizione, anche mediatica, inaugurata negli Anni 70 dal Processo per stupro, i tre, che fanno parte del branco di sette giovanissimi arrestati per violenza di gruppo ai danni di una diciannovenne di Palermo, provano a ribaltare la prospettiva, sostenendo che la vittima fosse consenziente. Uno – l’unico minorenne, adesso affidato a una comunità e non più in carcere – sostiene che fu la ragazza a proporgli un rapporto orale ma che lui poi si sarebbe defilato. Gli altri due hanno detto davanti al tribunale del riesame che lei «ci stava» e anzi avrebbe preso l’iniziativa: Gabriele Di Trapani, 19 anni, e Angelo Flores, di 22, sono rimasti in cella, i giudici lo hanno deciso nell’arco di poche ore. Mentre il gip del tribunale minorile, Alessandra Puglisi, ha ritenuto che R.P., che ha compiuto 18 anni venti giorni dopo lo stupro, avesse reso «piena confessione», manifestando «un principio di resipiscenza e rivisitazione critica».

Il procuratore Claudia Caramanna farà ricorso al tribunale del riesame per riportarlo in cella. Tesi di questo tipo, in una storia così, appaiono perlomeno avventurose: gli elementi raccolti dai carabinieri pesano come macigni e anche il cantante Ermal Meta e il ministro Matteo Salvini hanno deciso di dire la loro, scatenando altre polemiche nelle polemiche. L’artista ha invocato – parafrasando un’espressione degli indagati nelle conversazioni intercettate, «eravamo cento cani sopra una gatta» – che «a ognuno di voi cani in carcere auguro di finire sotto 100 lupi, in modo che capiate cos’è uno stupro». Mentre Salvini torna a invocare la castrazione chimica, vecchio cavallo di battaglia della Lega, incontrando subito il no del Pd («Non è la soluzione»). Le immagini raccolte dagli investigatori e dal pm Giulia Amodeo, della procura diretta da Maurizio de Lucia, non sono solo quelle delle telecamere di sorveglianza del centro città, che mostrano una ragazza totalmente ubriaca (era stata fatta bere in maniera quasi scientifica) sorretta da sette giovani, tutti riconoscibili in volto, condotta verso un cantiere abbandonato. Ci sono anche i video girati dagli stessi ragazzi e recuperati dagli investigatori, benché cancellati dagli smartphone. La violenza viene ripresa in ogni posizione, la vittima annaspa, non si regge in piedi, viene picchiata. E poi gli stessi ragazzi, dopo i primi tre arresti, erano stati convocati in caserma dai carabinieri e lasciati in sala d’attesa. È il trucco più vecchio del mondo, ma loro non lo immaginavano: intercettati e videoripresi, ricostruendo i fatti, avevano confermato tutto, le botte, lei che diceva «no, basta, ahia ahia, non voglio», i pugni di fronte all’opposizione. Si capisce allora perché prima Flores e poi R.P. avessero fatto ammissioni parziali, indicando i complici ma poi negando di avere partecipato alla violenza, in quella sorta di confusione tra violenza e possesso, che vede la donna abusata come una «che ci sta». Oggi tocca agli arrestati della seconda ondata: davanti al Gip sfileranno Christian Maronia, Elio Arnao e Samuele La Grassa.

 Si scioglie in lacrime il branco dei sette ragazzi accusati di avere abusato e brutalizzato una giovane di 19 anni, il 7 luglio a Palermo. Davanti al Gip Marco Gaeta, che li ha interrogati stamattina, Christian Maronia e Samuele La Grassa, piangendo, hanno ammesso di avere partecipato al fatto, ma sempre sostenendo che la vittima sarebbe stata consenziente.

Maronia ha comunque chiesto scusa per quello che ha fatto e ha detto di essersi “rovinato la vita”. Più o meno lo stesso copione per La Grassa, che ha sostenuto di avere “sbagliato a non andare via“.

Entrambi comunque se la prendono con Angelo Flores, il ventiduenne autore delle riprese video delle scene hard di brutale violenza contro l’inerme diciannovenne, peraltro fatta ubriacare dal branco, per ridurne le capacità di difesa.

Flores, che era stato arrestato il 3 agosto, aveva a sua volta fatto i nomi dei complici, cercando di minimizzare le proprie responsabilità: “Lei ci stava – aveva detto al giudice che lo aveva interrogato – e comunque io facevo solo le riprese”. Cosa che non sminuisce comunque la gravità della sua partecipazione allo stupro di gruppo di un branco che ora si scopre fragile.

 

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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