Regione Campania, al via la maxi dismissione del patrimonio immobiliare: in vendita 21 beni per 3,5 milioni. Ma il tesoro vale decine di milioni

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Ventuno immobili e terreni pronti a finire sul mercato entro fine anno, per un valore stimato di 3,5 milioni di euro. È soltanto la prima tranche di un piano molto più ampio: migliaia di proprietà, tenute agricole, fabbricati e terreni tra Campania, Lazio, Marche e Calabria saranno sottoposti a una revisione radicale. L’obiettivo è liberare la Regione da anni di immobilismo, sprechi e gestioni improduttive, trasformando un patrimonio spesso inutilizzato in una risorsa economica e pubblica.

La Regione Campania cambia passo e apre una nuova stagione nella gestione del proprio patrimonio immobiliare. Entro la fine dell’anno partirà la vendita dei primi 21 cespiti, tra immobili e terreni, per un valore complessivo di circa 3,5 milioni di euro. Ma il vero affare è ancora tutto da quantificare: questa prima operazione rappresenta soltanto l’avvio di un piano di dismissioni e valorizzazioni che, una volta completate le stime, potrebbe mobilitare decine di milioni di euro.

La svolta è contenuta nel Piano delle alienazioni e valorizzazioni allegato al bilancio regionale di previsione 2026-2028, ma affonda le radici nel lavoro di ricognizione avviato con la delibera di giunta dello scorso marzo. Una ricognizione imponente, che punta a fare finalmente chiarezza su beni per anni abbandonati, sottoutilizzati, occupati o gestiti senza una reale strategia economica.

«Non è una mera operazione per fare cassa, ma un modo per valorizzare il nostro patrimonio nell’interesse pubblico», sottolinea Enzo Cuomo, assessore regionale all’Urbanistica e al Patrimonio, che ha impresso un’accelerazione al dossier fin dal suo insediamento.

IL TESORO DEL BARONE QUINTIERI: 1.312 PROPRIETÀ E QUASI 3 MILA ETTARI

Il capitolo più consistente riguarda il patrimonio arrivato alla Regione attraverso il lascito del barone Giovanni Paolo Quintieri, risalente al 1970. Un’eredità imponente, rimasta per decenni intrappolata tra vincoli testamentari, controversie giudiziarie e una gestione che ha prodotto risultati ben lontani dalle sue potenzialità.

In particolare, si tratta di due grandi tenute agricole: una nel Lazio, estesa per circa 900 ettari e comprendente anche un castello medievale, e l’altra nelle Marche, con una superficie di 160 ettari.

A sbloccare la situazione è stata la sentenza della Corte di Cassazione del 2025, che ha dichiarato estinta l’obbligazione modale prevista dal lascito. In sostanza, è venuto meno il vincolo che destinava i proventi della gestione dei beni all’Istituto Colosimo, struttura impegnata nell’assistenza alle persone non vedenti. La Regione può così disporre pienamente del patrimonio e decidere come gestirlo, valorizzarlo o eventualmente venderlo.

Resta la possibilità che il Ministero della Cultura apponga vincoli di tutela sugli immobili con più di 70 anni, ma il quadro giuridico è oggi radicalmente diverso rispetto al passato. Intanto è in liquidazione la partecipata regionale Sauie, che si occupava della gestione dei beni.

I numeri danno la misura dell’operazione: 1.312 unità patrimoniali, di cui 1.214 terreni e 98 fabbricati, distribuite in 14 comuni tra Calabria, Lazio e Marche, per una superficie complessiva di circa 2.963 ettari. A questo patrimonio si aggiungono centinaia di particelle immobiliari e terreni in Campania.

Un patrimonio enorme, che per anni non ha prodotto il valore atteso e ha continuato a generare costi, invece di rappresentare una risorsa per le casse regionali.

IL CASO VIA PANAMA: 52 APPARTAMENTI E 1,2 MILIONI DI AFFITTI L’ANNO

Non tutto, però, finirà in vendita. Il caso più emblematico è quello delle quattro palazzine di via Panama, nel cuore dei Parioli, a Roma.

Si tratta di 52 appartamenti distribuiti in quattro edifici con corte interna, progettati da Mario Tufaroli Luciano e realizzati nel 1935. Immobili finiti al centro di una clamorosa inchiesta giornalistica de Il Mattino nel 2009, quando emerse che numerosi appartamenti venivano affittati a canoni irrisori a politici e persone a loro vicine.

Dopo anni di polemiche è arrivato il riadeguamento dei canoni, che oggi garantisce alla Regione entrate per circa 1,2 milioni di euro all’anno.

Ed è proprio questa redditività a frenare, almeno per ora, l’ipotesi di vendita. Palazzo Santa Lucia vuole capire se sia economicamente più conveniente mantenere gli immobili a reddito, continuando a incassare i canoni da destinare alle finalità previste dal lascito, oppure procedere all’alienazione.

Una scelta tutt’altro che marginale: vendere non significa necessariamente valorizzare. Se un immobile garantisce entrate consistenti e continuative, mantenerlo può risultare più vantaggioso per l’interesse pubblico.

NON SOLO VENDITE: GLI IMMOBILI CHE RESTERANNO PUBBLICI

La nuova strategia non prevede una liquidazione indiscriminata del patrimonio. Il criterio è distinguere ciò che può essere venduto da ciò che può essere recuperato e restituito a una funzione pubblica.

È il caso dell’ex Hotel Universo, in piazza Carità a Napoli, dove si lavora a un progetto per realizzare un nuovo contenitore culturale dedicato ai talenti emergenti, in connessione con il museo Madre.

Stessa impostazione per gli ex canapifici di Terra di Lavoro, che la Regione intende trasferire ai Comuni affinché possano essere destinati a finalità sociali o ad altri servizi di interesse collettivo.

Fuori dal mercato anche l’ex ospizio di Torre del Greco e l’ex impianto di depurazione di Cuma, destinato a svolgere una funzione strategica nella gestione delle emergenze dell’area flegrea.

La linea è chiara: vendere ciò che non serve più alla macchina pubblica e non presenta concrete possibilità di valorizzazione istituzionale; recuperare e riutilizzare ciò che può generare servizi, cultura e opportunità per i territori.

LA FINE DELL’IMMOBILISMO: VENDITE TRASPARENTI E UN PORTALE PUBBLICO

La vera discontinuità rispetto al passato non riguarda soltanto il volume delle dismissioni, ma il metodo. Per anni una parte del patrimonio regionale è rimasta improduttiva, con immobili inutilizzati, occupazioni abusive, contratti economicamente svantaggiosi e tentativi di appropriazione attraverso procedure di usucapione.

Una situazione che ha comportato mancati introiti e costi di gestione, mentre le casse regionali continuavano a sostenere oneri per beni che non producevano alcun beneficio concreto.

Il nuovo piano punta a superare definitivamente questa gestione passiva. Ogni cespite sarà valutato sulla base delle sue caratteristiche, della redditività potenziale, dei costi di mantenimento e delle possibili destinazioni alternative.

E c’è un altro elemento destinato a segnare una rottura con il passato: tutte le procedure di alienazione saranno pubblicizzate attraverso un apposito portale regionale, per garantire trasparenza, accessibilità e la più ampia partecipazione del mercato.

I primi 21 immobili rappresentano soltanto il banco di prova. Dietro c’è un patrimonio da milioni di euro, in parte ancora da censire e stimare, che la Regione intende finalmente trasformare da costo a opportunità.

La sfida, adesso, è passare dalle ricognizioni alle operazioni concrete: recuperare valore, incassare risorse e restituire una funzione pubblica a beni che per troppo tempo sono rimasti ostaggio dell’abbandono e di una gestione senza strategia.

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