Due ore notturne al telefono tra Ranucci e Lavitola: agli inquirenti mancano i passaggi chiave

0
Condividi
28 Visite

Due ore e mezza di conversazione, ma agli atti dell’inchiesta ce ne sono soltanto una ventina di minuti. È uno dei punti ancora oscuri dell’indagine della Procura di Roma che coinvolge Valter Lavitola e che porta al centro dell’attenzione anche la telefonata notturna con Sigfrido Ranucci, avvenuta subito dopo la perquisizione dell’ex editore mentre si preparava a partire per l’Etiopia.

L’unico segmento integralmente captato è quello ambientale registrato alle 3.56 del 5 luglio, quando Lavitola, appena uscito dalla caserma dei carabinieri di via In Selci, si trovava in auto con la compagna Natalia. I militari avevano installato una microspia sulla Toyota Aygo, ma gran parte della conversazione con Ranucci sarebbe rimasta fuori dalle intercettazioni: i due avrebbero utilizzato un canale non monitorabile, probabilmente WhatsApp o Signal, mentre lo spyware installato sul telefono di Lavitola potrebbe non essere stato ancora operativo.

Restano così da chiarire il prima e il dopo di quei venti minuti. Non è noto chi abbia chiamato chi, né quali documenti Ranucci avrebbe eventualmente inviato a Lavitola. Elementi che potrebbero contribuire a ricostruire il contenuto di una conversazione che lo stesso Lavitola, il giorno successivo, descrive come lunga e particolarmente importante.

Parlando con l’imprenditore Giovanni Bracale, intercettato in un ristorante di Monteverde, Lavitola racconta infatti di essere rimasto al telefono con Ranucci per «due e mezza o più» e riferisce di aver ricevuto dei documenti. Il giornalista, secondo il racconto di Lavitola, gli avrebbe espresso solidarietà e fornito informazioni che, nelle intenzioni dell’indagato, avrebbero potuto rendere meno lineare il quadro accusatorio.

Un concetto ribadito anche in un’altra conversazione: Lavitola parla di «due ore» al telefono e sostiene che Ranucci gli avrebbe dato «molte informazioni», aiutandolo a «chiarire le cose». Per il gip, proprio quella conversazione sarebbe stata ritenuta dall’indagato essenziale per comprendere e, potenzialmente, indebolire gli elementi a suo carico.

Il telefono può contenere le risposte

Per capire che cosa sia realmente avvenuto durante quelle ore bisognerà attendere il nuovo esame del cellulare di Lavitola, sequestrato dopo l’arresto. Gli investigatori stanno procedendo alla copia della memoria del dispositivo: l’obiettivo è verificare se siano rimasti file, messaggi o altri elementi riconducibili ai presunti documenti inviati da Ranucci.

Resta inoltre da stabilire se Lavitola e i suoi interlocutori fossero consapevoli di poter essere intercettati. In alcune conversazioni l’indagato sembra parlare della necessità di generare una «confusione terribile» nel quadro investigativo.

Lavitola, nell’interrogatorio, ha ammesso di aver collocato la bomba sostenendo di averlo fatto con l’obiettivo di aumentare il livello di protezione dell’amico. Una ricostruzione che non coincide con quella dei pubblici ministeri, convinti invece che l’attentato fosse finalizzato a spingere Ranucci verso un ingresso in politica.

Il nodo del sopralluogo

Lavitola ha escluso un coinvolgimento preventivo di Ranucci, lasciando però aperta la possibilità che il giornalista potesse aver intuito qualcosa successivamente. In una conversazione con Bracale arriva tuttavia a evocare lo stesso Ranucci come possibile mandante, sostenendo che nessuno avrebbe creduto che fosse lui.

Nel frattempo, Ranucci avrebbe continuato a difendere l’amico anche dopo aver saputo che era indagato come presunto mandante dell’ordigno esploso sotto la sua villetta. Al Corriere avrebbe spiegato che Lavitola cercava una casa in affitto nella zona e che, a metà settembre, era passato a trovarlo senza trovarlo in casa.

Una circostanza che assume particolare rilievo nell’inchiesta: il passaggio al quale fa riferimento Ranucci risalirebbe proprio al 15 settembre, la stessa giornata in cui i pm collocano il presunto sopralluogo di Lavitola e del suo tuttofare camerunense Clesio Tavares nei pressi dell’abitazione del giornalista.

Il punto centrale resta dunque quello che manca: il contenuto di gran parte di quelle due ore di telefonata. E proprio quei minuti non registrati potrebbero contribuire a chiarire cosa si siano realmente detti Ranucci e Lavitola, quali informazioni siano state scambiate e quando siano eventualmente emersi i sospetti sull’attentato.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
  • Fascinated
  • Happy
  • Sad
  • Angry
  • Bored
  • Afraid

Commenti