Il racconto di Alessandro D’Amato, caposervizio di Open, porta al centro della vicenda il progetto politico che Valter Lavitola aveva immaginato attorno a Sigfrido Ranucci. Un progetto che, nelle parole del giornalista, appare più come una delle tante idee coltivate da Lavitola che come un piano politico realmente condiviso dal conduttore di Report.
D’Amato conosce Lavitola nel 2023, quando l’imprenditore lo coinvolge nella preparazione di un’autobiografia. Gli chiede di raccogliere materiale sulla propria storia politica e giudiziaria, con l’obiettivo dichiarato di riabilitarsi almeno agli occhi del figlio Giuseppe. I due si incontrano una quindicina di volte.
D’Amato descrive Lavitola come una persona «generosa» e «affabile», ma soprattutto come un uomo pieno di progetti. Lo considera più ingenuo che millantatore e, proprio per questo, non lo ritiene una fonte affidabile: «Oggi può raccontarti una cosa con assoluta convinzione e domani avere già completamente cambiato progetto».
È in questo contesto che va letto anche ciò che Lavitola gli racconta su Ranucci.
Dopo l’attentato al giornalista di Report, D’Amato passa da Lavitola e gli chiede se sappia qualcosa della vicenda. Lavitola nega. Ma, secondo il racconto di D’Amato, inizia a parlargli dei progetti politici che aveva in mente per Ranucci.
Lavitola gli propone persino di lavorare alla costruzione di una mailing list, una raccolta di contatti che avrebbe dovuto rappresentare l’embrione di una futura struttura politica collegata a Ranucci. Gli dice che gli indirizzi sarebbero arrivati da una collaboratrice del giornalista e fa anche il nome di una donna. D’Amato assiste a una telefonata tra Lavitola e questa persona, senza però conoscerla personalmente né poter verificare che fosse realmente una collaboratrice di Ranucci.
È un passaggio importante, perché D’Amato non conferma mai che Ranucci fosse consapevole del progetto. Anzi, precisa di non aver mai ricevuto da Lavitola un vero e proprio «via libera» da parte del giornalista.
Secondo D’Amato, quello di Lavitola era soprattutto un modo di ragionare coerente con il suo carattere: un giorno un progetto, il giorno dopo un altro. Idee che lui stesso definisce «bislacche», proprio perché Lavitola sembrava avere continuamente qualcosa di nuovo in testa.
Anche sull’eventuale ingresso di Ranucci in politica, D’Amato è netto. Quando Lavitola gli chiede che cosa ne pensi, risponde che per lui Ranucci in politica «non esiste proprio». Non crede che il conduttore di Report voglia entrare in politica e considera poco realistico anche un eventuale percorso costruito con Lavitola come consigliere.
La risposta di Lavitola, però, è ancora una volta quella di chi lascia tutto aperto: «Eh, poi vedremo».
Ed è proprio qui che il racconto di D’Amato diventa significativo. Ranucci, nelle parole del giornalista di Open, sembra essere soprattutto il protagonista di un progetto immaginato da Lavitola, non il promotore di un progetto politico proprio.
D’Amato non conosce personalmente Ranucci e non può quindi confermare quale fosse la sua posizione. Può però raccontare ciò che Lavitola gli disse e soprattutto il modo in cui glielo disse: con la consueta sicurezza, come se il progetto fosse concreto, pur lasciando emergere quella stessa imprevedibilità che il giornalista aveva già conosciuto durante la preparazione dell’autobiografia.
Il punto, dunque, non è soltanto che cosa Lavitola volesse fare con Ranucci, ma quanto di quel progetto appartenesse realmente a Ranucci e quanto, invece, fosse frutto delle continue ambizioni di Lavitola.
Ed è proprio su questo confine che si colloca la testimonianza di D’Amato: un uomo che raccontava i propri progetti con assoluta convinzione, ma che poteva cambiarli radicalmente da un giorno all’altro. Un elemento che rende necessario distinguere, nel racconto della vicenda, ciò che Lavitola affermava da ciò che Ranucci aveva effettivamente autorizzato o condiviso.
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