RIMPASTO, ATTESA O VOTO ANTICIPATO (MATTARELLA PERMETTENDO), MELONI SFOGLIA LA MARGHERITA

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“Ci sono decenni in cui non accade nulla e settimane in cui accadono decenni”, scriveva Lenin. Ecco, gli ultimi quattro giorni del governo somigliano pericolosamente a una di quelle settimane. Non è una crisi, formalmente. I numeri ci sono, la maggioranza regge. Ma la politica non vive di aritmetica. Vive di percezione, di ritmo, di controllo. E qui qualcosa si è incrinato.

La sconfitta al referendum è stata il primo colpo. Non per gli effetti – limitati – ma per il segnale. È il momento in cui Giorgia Meloni smette di dettare l’agenda e si ritrova, almeno per qualche giorno, a inseguirla. Da lì in poi, tutto accelera. Le polemiche che covavano esplodono, le tensioni si liberano, le decisioni inevitabili arrivano.

Le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusy Bartolozzi non sono un gesto politico forte. Sono un atto dovuto, tardivo, quasi imposto dal contesto. La vicenda di Daniela Santanchè segue lo stesso copione: resistere, tenere, difendere. Poi, quando il costo diventa troppo alto, mollare. Non è la scelta in sé a colpire. È il tempo con cui arriva. E l’insolito copione di una premier che invita un suo ministro a dimettersi, in una nota ufficiale con cui accoglie positivamente il passo indietro di altre due persone che compongono la sua squadra.

Nel frattempo, dentro Forza Italia, la linea di Antonio Tajani è messa alla prova da tensioni che non sono più sussurri di corridoio. Sono segnali di una fase ancora irrisolta dopo l’era Berlusconi. E quando uno dei pilastri della maggioranza entra in fibrillazione, la stabilità complessiva resta in piedi, ma perde compattezza. Il punto, allora, non è chiedersi se il governo cadrà. Non cadrà. Il punto è capire se riesce ancora a imporre il proprio ritmo.

E qui il discorso si fa più netto. Giorgia Meloni ha tutte le carte per tenere dritta la barra. Ha consenso, ha controllo della coalizione, ha dimostrato in questi mesi una capacità di resistenza non banale. Ma proprio per questo, il passaggio attuale è delicato: perché mette alla prova non la tenuta, ma la qualità della guida. La tentazione di andare al voto anticipato esiste. È evidente. Chiudere la fase, capitalizzare il vantaggio, sfruttare un’opposizione che resta brillante nella pars destruens ma fragile nella pars costruens. Una sinistra capace di colpire, meno di costruire.

Ma sarebbe una fuga in avanti. E le fughe, in politica, funzionano solo se sei in controllo. Non se stai cercando di recuperarlo. C’è poi un effetto meno visibile, ma potenzialmente più rilevante. Questa fase di incertezza rischia di avere riverberi sulle partite che contano davvero: le nomine delle partecipate. Fino a pochi giorni fa, molte conferme venivano date per scontate. Oggi, con il clima che si è creato, tutto torna in discussione. Gli equilibri interni pesano di più, le trattative si complicano, le certezze si assottigliano.

E questo, per un governo, è spesso il vero banco di prova. Non la gestione dell’emergenza, ma la capacità di decidere quando tutto si fa più incerto. La verità è semplice: questi quattro giorni non sono una crisi. Ma sono un segnale. Un passaggio. Che Giorgia Meloni può ancora governare. Ma non più ignorare.

n uno dei corridoi che costeggiano il Transatlantico di Montecitorio va in scena lo sconforto forzista. Francesco Cannizzaro, stella in ascesa in Calabria, si lascia ad andare ad uno sfogo. “Giorgia – sospira – sta sbagliando tutto. Non capisco perché non faccia un rimpasto visto che il referendum è stata una sconfitta politica. Se andiamo avanti così perdiamo le prossime elezioni. Tant’è che penso di candidarmi come sindaco a Reggio Calabria. Ho 43 anni e non vedo futuro. Non stiamo gestendo la sconfitta né come governo, né come Forza Italia. Fanno fuori Gasparri per mettere la Craxi ma d’impulso, senza un disegno”.

Fai due passi e incontri Lorenzo Cesa, l’ultimo dei democristiani, che conosce a memoria i rituali della politica. “La Meloni è brava – spiega – la situazione non è disperata, io però avrei fatto un rimpasto così non legavi i cambi a questioni giudiziarie”. Dieci metri più in là, seduto su una poltrona, trovi pure Alessandro Cattaneo, fu giubilato da capogruppo all’inizio della legislatura perché avrebbe preferito una Forza Italia con più mordente. All’epoca rispose “obbedisco”, oggi ragiona sul presente. “Avrei puntato – spiega senza polemica – sul Meloni Due: ad una sconfitta politica si risponde con una soluzione politica. Ma lei ha in testa il record di durata del governo. E poi la scelta di far fuori tutti gli azzoppati dalla magistratura la espone: i prossimi che fai? Li molli?”.

Poi c’è il rimpasto. Ipotesi più affine alla logica dc ma che poco si attaglia allo stile della Meloni. Inoltre sconterebbe l’irritazione degli attuali ministri allergici al cambiamento: Casellati e Zangrillo, ad esempio, hanno chiesto la testa di Gasparri non appena sono stati annunciati i congressi regionali.

Infine c’è l’opzione del “circoscrivere”, del “sopire”, “troncare” del Conte zio del Manzoni: di considerare, insomma, il referendum una sconfitta su un quesito non sulla politica. È la strada imboccata per ora dalla Meloni non certo senza dubbi, quella che corrisponde all’indole del suo vice Antonio Tajani, corredata con il taglio delle teste, dei capri espiatori per dare un segnale al volgo: Bartolozzi, Delmastro, Santanchè e ieri Gasparri. È l’idea che coniuga la logica del “Potere logora chi non ce l’ha” di andreottiana memoria con il populismo di destra: del resto ci sono centinaia di nomine da fare, le presidenze dei grandi gruppi da cambiare e la possibilità di far rotolare ancora qualche testa. La speranza è che la congiuntura politica possa cambiare, le guerre finire e Trump rinsavire. Sta bene al presidente Mattarella che non vuole scossoni ed è una opzione che ha mille spiegazioni visto che siamo alle prese con due guerre e la peggiore crisi energetica degli ultimi venti anni. Una delle teste d’uovo di Palazzo Chigi, Filini, la teorizza su Formiche: “Non c’è alcuna crisi di governo, la sinistra italiana vive solo di testimonianza ma è divisa su tutto, di invidia, e, soprattutto, oggi non rappresenta un’alternativa di governo”. I limiti? È legata a una speranza e di speranza si può anche morire. E c’è il problema che il mondo non si ferma: se non reagisci in un clima avvelenato in questo Paese dietro l’angolo c’è sempre qualche inchiesta (ieri è stata la volta del ministero della Difesa).

La realtà, però, è che nessuno sa come affrontare la sconfitta. Neppure a sinistra. “Io avrei dato – ragiona Andrea Orlando del Pd – una risposta politica, magari un rimpasto. Invece fanno l’errore di puntare sulla legge elettorale e non ragionano sul fatto che nelle ultime elezioni avevano vinto solo perché c’erano tre poli, ma in voti assoluti erano già minoranza nel paese”.

 

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