Il campione napoletano si racconta e si commuove: “In B avrei detto sì solo al Pescara, ma la mia carriera non finisce qui. Quello con la squadra della mia città non è stato calcio, ma amore. E l’amore non si pesa. In Canada niente pressione e squadra poco competitiva, ma almeno potevo uscire di casa”.
Quindici anni dopo, Lorenzo Insigne ha un orecchino in più, il pizzetto e tatuaggi su tutto il corpo (“Ho smesso di contarli e non ne farò altri: non ho più voglia di sentire dolore”). Il resto è uguale al 2011, quando lo incontrammo per la prima volta: la voglia di calcio; le emozioni, che lascia fluire con un candore che fa a cazzotti col suo status di personaggio di successo; un fisico asciutto come nei giorni migliori; la maglia del Pescara, con cui allora spiccava il volo verso un futuro di grandi gioie e cocenti delusioni, e che ora è tornato a vestire, “ma non per chiudere il cerchio della mia carriera. Ho ancora parecchio da dare”. In mezzo, tra l’Insigne diciannovenne e l’attuale, 34 suonati, chiamato a risollevare una squadra ultima in B, c’è un nastro, umano e professionale, da riavvolgere. Soprattutto c’è Napoli. La sua terra, la sua gente e la squadra dove ha lasciato il cuore.
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