L’EDITORIALE. Spingere Meloni alle dimissioni ma non per votare: la partita dell’opposizione, che vuole l’ennesimo ribaltone parlamentare per chiudere la legislatura

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Il governo è finito, nei fatti, lunedì sera. Non per un voto parlamentare, non per una crisi formalizzata, ma per il segnale politico arrivato dalle urne: la vittoria del “no” al referendum. Un esito che va ben oltre il merito del quesito e che assume il significato, sempre più evidente, di un voto contro Giorgia Meloni.

A perdere, infatti, non è stata soltanto una proposta specifica — che riguardasse la riforma della giustizia o la separazione delle carriere, tema che molti appare come sacrosanto — ma l’impostazione complessiva del governo. È stato un giudizio politico, netto soprattutto nel Mezzogiorno, dove il consenso si è incrinato in modo significativo.

Ed è proprio questo il punto più delicato: il Sud. Nonostante i dati economici raccontino una realtà diversa — con segnali positivi sullo spread, sull’occupazione stabile e su una certa ritrovata credibilità internazionale — una parte consistente dell’elettorato meridionale ha scelto di voltare le spalle all’esecutivo. E lo ha fatto non per mancanza di interventi: risorse ingenti sono state destinate al territorio, tra il rilancio di Bagnoli, l’America’s Cup, l’alta velocità Napoli-Bari e molti altri progetti strategici attesi da anni. Eppure, tutto questo non è bastato.

La politica, del resto, non è solo una questione di numeri o di investimenti. È percezione, fiducia, relazione. E su questo terreno il governo ha mostrato crepe evidenti.

La reazione della presidente del Consiglio è già cominciata, ed è stata tutt’altro che morbida. Non un semplice rimpasto, ma un intervento diretto e immediato sugli equilibri interni: due ministri hanno lasciato l’incarico, insieme a una sottosegretaria. Un segnale chiaro, che ha il sapore di una resa dei conti interna più che di un ordinario aggiustamento politico. Epurazioni, per alcuni necessarie, forse inevitabili — ma che arrivano quando il danno politico è ormai evidente.

È il tentativo di dimostrare controllo, di reagire con decisione a una fase che rischia di sfuggire di mano. Ma il problema è più profondo e difficilmente risolvibile con cambi di nomi o sostituzioni rapide.

Perché dall’altra parte non sembra esserci alcuna disponibilità a concedere tempo. L’opposizione non punta a un confronto elettorale immediato, bensì a una soluzione diversa: spingere verso le dimissioni della presidente del Consiglio e aprire la strada a un nuovo governo parlamentare, possibilmente di larghe intese, con il sostegno del Presidente della Repubblica.

Uno schema già visto. Un copione che si ripete nella storia politica italiana: crisi non formalizzate che diventano crisi reali, governi che cadono senza passare dalle urne, maggioranze che si ricompongono nei palazzi.

È una dinamica legittima, certo. Ma difficilmente entusiasmante. Perché restituisce l’immagine di una politica che fatica a trovare il coraggio della chiarezza e del consenso diretto.

E così, ancora una volta, il rischio è quello di assistere a un epilogo già scritto: non una caduta fragorosa, ma un lento logoramento. Non una scelta degli elettori, ma un riassetto deciso altrove.

Un classico, insomma. Forse scontato. Sicuramente poco appassionante.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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