
«Ho pianto tanto. Mi sono sentito fallito come educatore». Sono le parole di don Luigi dopo aver appreso che l’autore dell’omicidio di Ponticelli era Giuseppe, un ragazzo cresciuto nella sua Fondazione. Una notizia arrivata come un colpo durissimo, che ha lasciato sgomento e dolore in chi per anni lo ha seguito in un percorso di recupero e riscatto.
Giuseppe era uscito dalla Fondazione dieci anni fa, al compimento della maggiore età, ma non aveva mai interrotto i rapporti. Partecipava alle attività educative, era tra gli animatori della manifestazione “Un calcio alla camorra” e stava cercando di costruirsi una vita tra lavoro e famiglia. Alle spalle aveva una storia segnata da forti traumi: l’infanzia trascorsa in carcere, la responsabilità precoce verso la sorella Ylenia, alla quale era profondamente legato.
All’interno della Fondazione, il suo percorso era stato lineare: sport, formazione, lavoro. Aveva giocato a calcio a cinque con il Napoli, frequentato corsi di ristorazione e cercava un inserimento stabile come pizzaiolo. Don Luigi lo ricorda come un ragazzo sensibile, sempre pronto a difendere i più deboli, in particolare le ragazze vittime di prese in giro o bullismo.
Proprio per questo, il gesto compiuto appare incomprensibile. «Mi chiedo cosa sia successo – racconta – come abbia potuto fare del male a una donna, lui che le ha sempre difese». Anche il fatto che sia stato Giuseppe ad accompagnare la sorella in ospedale viene letto come l’ultimo tentativo di prendersi cura di lei.
Don Luigi respinge con forza le etichette e i giudizi sommari: «Giuseppe ha sempre cercato di restare lontano da certi ambienti. È per questo che era venuto da noi e ha continuato a frequentarci».
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