Omicidio Giaccio, per risolvere il caso del giovane ucciso ai Camaldoli, il cui corpo fu poi sciolto nell’acido da esponenti del clan Polverino, sono state decisive le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ne parla, per primo, Roberto Perrone – che era nell’auto in cui fu ucciso il giovane Giaccio – e siamo intorno all’anno 2011-2012. Una ricostruzione poi confermata dall’ultimo collaboratore, ovvero Giuseppe Simioli. Perrone ha ribadito, in vari passaggi, di essere stato, assieme ad altri, invitato a prelevare Giaccio dalla zona dei Romani, ma ha sempre sostenuto di non sapere che l’intento di Cammarota e Nappi (nella foto) fosse quello di ammazzare il ragazzo, scambiato da un’altra persona su indicazione errata di un altro affiliato.
“Durante la mia latitanza, nel 2012-2013 – ha riferito Simioli ai magistrati della Dda – ebbi occasione di trascorrere molto tempo con Carlo Nappi e Giuseppe Ruggiero. Nappi mi confidò di un omicidio avvenuto qualche anno prima relativo a un giovane dei Camaldoli. Nappi mi confidò che furono lui e Cammarota a commissionarlo perché si riteneva che lo stesso intrattenesse una relazione con la sorella di Cammarota. Una relazione ritenuta sconveniente perché la donna era divorziata. Il ragazzo fu oggetto di uno scambio di persona, su indicazione errata di omissis…Di tale omicidio ne parlai anche con Sabatino Cerullo e Raffaele D’Alterio, in separata sede, i quali mi dissero, senza entrare nei dettagli, che c’era stato uno scambio di persona e che il ragazzo fu sciolto nell’acido. Ne parlai anche con Peppe Polverino, che usò parole durissime nei confronti di Cammarota e Nappi. Polverino era contrariato non solo per lo scambio di persona ma anche perché riteneva che non si potesse ammazzare un uomo solo per il fatto che usciva con la sorella di un affiliato”.
In precedenza, anni prima, Perrone aveva dichiarato, raccontando maggiori dettagli: “di aver condotto il ragazzo in una Fiat Uno rossa, già in precedenza utilizzata per analoghi delitti, fingendosi appartenenti delle forze dell’ordine e indossando alcune pettorine”.
Perrone racconta che il commando chiese al giovane – che più volte fece presente di non chiamarsi Salvatore (era l’uomo cercato dai killer) di entrare in auto e di raggiungerli in caserma per un controllo di routine. Il Perrone ha anche riferimento di non sapere che omissis fosse in possesso di un revolver, poi utilizzato per freddare Giulio Giaccio. Racconta Perrone che il giovane fu ucciso sul colpo e il suo corpo fu portato prima alla presenza di Cammarota, che lo aveva colpito con un calcio, e poi trasportato nel “Cavone”, luogo impiegato abitualmente dal clan per sciogliere i cadaveri nell’acido. L’autovettura, secondo Perrone, fu poi data alle fiamme. Il pentito ha raccontato anche di vari incontri, avvenuti prima dell’omicidio, in cui aveva notato e assistito ad accese discussioni tra il Nappi e il Cammarota per “motivi di famiglia”. Racconta inoltre (siamo nell’anno 2000) di essersi recato una domenica a casa di un familiare di Giuseppe Polverino assieme alla moglie e di essersi, attraverso una scala quasi segreta, recata nell’abitazione di Nappi (Nappi è lo zio di Cammarota) dove c’erano altri affiliati. Sarebbe a quel punto arrivato omissis che avrebbe riferito a Cammarota che il ragazzo che cercavano era fuori a un bar della zona a bordo di un Transalp rosso. “Cammarota mi disse di andare a prelevare con loro questo ragazzo giù alle “Vaccarelle”. Mi fece capire solo che doveva essere punito, al massimo ritenevo con un pestaggio. Non ero a conoscenza del piano di Nappi e Cammarota né tanto meno che omissis fosse armato. La macchina con cui andammo era già stata utilizzata per altre gambizzazioni, tra cui quella di Leonardo Carandente Tartaglia e del proprietario di Sadip Black. Mentre eravamo in auto, presso il parco Oasi, sentii omissis che diceva: “Ora devi stare zitto, Abbassò la testa del giovane tra le ginocchia ed esplose un colpo. Io urlai e chiesi spiegazioni, ma lui senza scomporsi mi disse che me le avrebbe date Cammarota”.
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